Ammit: la “Mangiatrice dei cuori”

Ammit: la “Mangiatrice dei cuori”

Testa di coccodrillo, zampe anteriori e tronco di leonessa, zampe posteriori di ippopotamo, non sono ingredienti di una strana pozione magica, ma una combinazione della prodigiosa fantasia degli Egizi che diede vita ad Ammit (Ammut, Ammet, Ahemait), creatura mitologica, il cui aspetto doveva incutere terrore.

Gli Egizi scelsero proprio il coccodrillo, la leonessa e l’ippopotamo, per comporre questo essere mostruoso, perché questi tre animali incutevano timore ed erano al contempo ritenuti sacri.

La funzione di Ammit, detta anche “Mangiatrice dei cuori”, era quella di punire coloro che non avevano condotto una vita onesta; assisteva al rito della psicostasia (la pesatura del cuore), una sorta di giudizio che consentiva di decidere se il defunto era degno o meno di proseguire il suo viaggio nell’Aldilà.

Il giudizio consisteva in una pesatura che metteva a confronto il cuore del defunto con la piuma di Maat, la dea della giustizia e della verità.
Se il peso del cuore superava quello della piuma, il defunto era ritenuto colpevole e Ammit avrebbe mangiato il suo cuore, tale gesto simboleggiava la caduta dello spirito nel caos, e il reo sarebbe stato condannato all’irrequietezza eterna ed escluso per sempre dalle gioie della vita ultraterrena.

La scena del giudizio in cui è presente anche Ammit compare nel Libro dei Morti.

Il Libro dei morti degli Egizi: un prontuario di formule per affrontare l’aldilà

Per il vostro ultimo viaggio portereste un libro come protezione e aiuto?

Ru nu peret em heru (Libro per uscire al giorno) è il titolo originale di un testo funerario egizio, più noto come il Libro dei morti.
Il suo uso risale al Nuovo Regno (1550 a.C. ca.) e consiste in una raccolta di formule magico-religiose. Per gli Egizi, pratica magica e religione coincidevano, per cui, pregare e compiere incantesimi erano per loro la medesima cosa.

Diversi sacerdoti egizi hanno contribuito alla stesura dei testi che compongono il Libro dei morti, il cui scopo era aiutare e proteggere il defunto nel suo viaggio verso l’oltretomba che si riteneva gremito di ostacoli, tra cui, attraversare luoghi pericolosi e affrontare divinità sovrannaturali dall’aspetto terrificante.

All’inizio, le formule del Libro erano riprodotte sulle pareti delle camere funerarie o sui sarcofagi; più tardi, furono utilizzati rotoli di papiro che erano posti nei feretri con le mummie.
Quasi sempre le formule erano redatte in caratteri geroglifici o ieratici (corsivo dei geroglifici); in alcuni rotoli erano presenti illustrazioni che raffiguravano il viaggio ultraterreno del defunto.

La realizzazione di un papiro del Libro dei morti spettava agli scribi a seguito di una commissione. I committenti erano persone che volevano predisporre i propri funerali oppure i congiunti di qualcuno deceduto da poco.

Non esistono due esemplari identici del Libro dei morti; certe riproduzioni erano addirittura commissionate ad hoc e gestivano con grande libertà formule e frasi, scelte in base a quello che il committente riteneva utile per il proprio accesso all’aldilà.
Anche la lunghezza cambia notevolmente: il rotolo più lungo è di 40 metri (i rotoli si ottenevano unendo più fogli che variavano dai 15 ai 45 centimetri di lunghezza), altre versioni non superano il metro.

I primi testi funerari erano di esclusivo appannaggio dei faraoni, ma alla fine della VI dinastia, furono impiegati anche da alti funzionari e nobili.
Con il passare del tempo, i testi subirono un’evoluzione, si aggiunsero nuove formule (la formula 125, nota con il nome di Pesatura del cuore, comparve intorno al 1475 a.C.), comparvero illustrazioni e figure, i testi vennero riportati sui sarcofagi e chiunque fosse abbastanza ricco da poterselo permettere, poté aspirare all’immortalità, proprio come i faraoni.

Studiando le versioni dei Libri dei morti che ci sono pervenute, si riscontrano ben 192 formule, ma nessuno dei manoscritti finora ritrovati le contengono tutte.

Ciascuna formula aveva un ben preciso scopo rituale: alcune servivano a proteggere dalle forze malefiche del mondo dei morti; altre erano congegnate per aiutare il defunto a superare gli ostacoli che avrebbe incontrato nell’oltretomba. Si credeva che la forza delle formule si esprimesse nel momento in cui fossero recitate dal defunto, perché gli Egizi attribuivano alla parola (sia scritta sia pronunciata) un potere magico e creatore: pronunciare una formula magica era già un atto di creazione.

Il nome dell’autore originario delle formule del Libro dei morti non viene mai citato, ma è probabile fosse Thot (dio lunare della scrittura e della conoscenza).
L’ultimo utilizzo documentato del Libro dei morti risale alla metà del I secolo a.C.

Esorcizzare la morte, interrogarci sul mondo che è al di là di quello che conosciamo hanno rappresentato, oltre ai mille interrogativi che un tuffo nell’ignoto porta con sé, una delle preoccupazioni che si sono tramandate di civiltà in civiltà.

Credo che un prontuario che ci aiuti ad affrontare il viaggio che ci aspetta, qualunque esso sia, può essere un’interessante soluzione per aiutarci a raggiungere l’immortalità.
E voi, che cosa ne pensate?

In copertina: Libro dei morti di Ani: i Campi Aaru. British Museum, Londra.

Maat: dea egizia della verità e della giustizia

Gli egizi avevano una dea della verità.
Il suo nome era Maat e simboleggiava anche l’equilibrio, l’armonia, l’ordine, la giustizia, la moralità.

Maat appare per la prima volta nei testi della piramide del faraone Unis (ca. 2375 a.C. – 2345 a.C.); veniva raffigurata in sembianze umane con una piuma di struzzo sul capo ed era considerata la figlia di Ra, il dio sole, e da lei dipendevano il ciclo delle stagioni e la disposizione delle costellazioni.

Mandata nel mondo per allontanare il caos (rappresentato dalla forza negativa di Isfet), Maat aveva anche un ruolo fondamentale nella pesatura delle anime, un particolare rito che avveniva nell’oltretomba egizio (Duat). Nel rito, la piuma di struzzo che la dea aveva in capo era la misura che stabiliva se l’anima del defunto sarebbe passata nell’aldilà.

La pesatura del cuore era di solito rappresentata nel Libro dei morti e nelle pitture sulle pareti delle tombe, la scena era composta da Anubi che controllava la pesatura, dal mostro Ammit che attendeva accovacciato il risultato e dal defunto che pronunciava le 42 confessioni negative (dichiarazione di innocenza da recitare al cospetto di 42 giudici).

Oltre alla piuma, Maat in certe raffigurazioni ha con sé anche un lungo scettro (uas), simbolo di potere, e sorregge il simbolo di vita eterna (ankh).
Su molti sarcofagi Maat è rappresentata come una giovane donna con ali fuse alle braccia che simbolicamente dovevano proteggere, avvolgendola in un ideale abbraccio, l’anima del defunto.

Questa dea aveva un ruolo ben preciso nella società egizia: garantiva l’ordine pubblico, essendo la rappresentante divina del principio etico e morale che gli egizi dovevano seguire durante la loro vita.
Il ruolo di Maat era congeniale alla situazione di rischio di frequenti disordini in cui versava lo Stato egizio appena nato e composto da tanti popoli diversi con interessi in conflitto tra loro. La dea regolava lo status quo: chiunque osava compiere atti contro di lei avrebbe causato a se stesso e allo Stato gravi conseguenze.

I nostri tempi debbono essere davvero incerti e confusi se la giovane donna che abbiamo scelto per rappresentare la giustizia ha bisogno di una benda sugli occhi per fare bene il suo lavoro…


In copertina: Maat con la piuma in capo, dalle pareti della tomba di Seti I nella Valle dei Re. Museo archeologico nazionale di Firenze.

Anubi: il protettore del mondo dei defunti

Anubi il protettore del mondo dei defunti

Chi non conosce Anubi raffigurato in geroglifici, pitture, amuleti o statue?

Ma quanti effettivamente conoscono il ruolo che aveva questa divinità nei rituali funebri egizi?

Anubi, rappresentato il più delle volte come un “mostro spaventevole dalla testa di cane eretta e dalla faccia quando d’oro e quando nera, col caduceo nella sinistra e una verde palma nella destra” (Apuleio, Le Metamorfosi, Libri XI), era il dio della mummificazione e dei cimiteri. Il suo ruolo era quello di proteggere le necropoli e il mondo dei defunti e, probabilmente, fu per tutto l’Antico Regno il principale dio dei morti.

Questa divinità è rappresentata in origine come un canide accucciato, solitamente su un reliquiario o su qualche oggetto appartenente a un corredo funebre. Per molto tempo si è pensato che l’animale raffigurato fosse uno sciacallo, ma studi genetici effettuati su un canide selvatico tipico dell’Egitto, hanno fatto concludere che possa trattarsi di una specie a sé stante, imparentata con il lupo grigio.

In ogni caso, Anubi è un mix tra cane, sciacallo, iena, volpe e lupo: tutti animali che vivevano nel deserto e che si assomigliavano. Alle rappresentazioni sotto forma di animale, verso la fine della II dinastia egizia, si sostituiscono raffigurazioni ibride che combinano uomo e animale.

Questa divinità è anche associata a un rito funebre affascinante e singolare: la psicostasia. Gli egizi credevano che negli inferi (Duat) il cuore dei defunti fosse pesato su una bilancia.

Se il peso del cuore equiparava o era più leggero del peso della piuma, il defunto poteva accedere ai campi Aaru. Se invece il defunto non superava la prova, il suo cuore veniva divorato da Ammit.

La pesatura del cuore è un rito che mi ha colpito moltissimo quando ne sono venuta a conoscenza e mi chiedo: quanti tra noi esseri umani potrebbero passare un esame così severo?

In copertina: Psicostasia. Libro dei morti di Ani, c. 1275 a.C.