Viaggi nell’oltretomba: il mito di Orfeo ed Euridice

L’oltretomba e la vita dopo la morte hanno avuto sempre un notevole fascino e stimolato la curiosità e l’immaginazione di pittori, scrittori e musicisti.

In un interessante e struggente mito, quello di Orfeo ed Euridice, si parla appunto di uno di questi viaggi nell’aldilà; la motivazione del protagonista ad affrontare tale pericoloso viaggio è quella di recuperare la propria consorte scomparsa.

La giovane ninfa, Euridice, è stata morsa da un serpente e Orfeo preso da grande disperazione decide che non può vivere senza di lei, per questo si risolve a scendere nell’Ade e a riportare con sé la sua sposa.

La musica che Orfeo trae dalla sua lira è talmente potente e incantatrice – tanti sono gli esempi nella vita dell’eroe che ne dimostrano l’efficacia – da vincere le resistenze di Caronte che lo traghetta sull’altra sponda dello Stige; anche Cerbero e i giudici dei morti si arrendono alle sue note e lo fanno passare.

Orfeo vince ogni resistenza con il potere della sua musica, resiste persino ai ripetuti assalti delle anime dei dannati che tentano di aggredirlo mentre procede nel suo viaggio, ma l’amore lo sostiene e le sue melodie lo rendono invincibile. Finalmente, giunge in presenza di Ade e Persefone per perorare la sua causa.

La disperazione e il dolore per la perdita dell’amata Euridice che Orfeo mette in musica riesce a commuovere i signori degli inferi che concedono all’amato di riportare con sé la sua ninfa, ma a una condizione…

Orfeo non dovrà voltarsi a guardare la sua sposa fino a che non saranno usciti dal regno dei morti.
I due amanti si incamminano, ma quando giungono in prossimità dell’uscita, il povero Orfeo, consumato dai dubbi, dal desiderio e dal timore, non resiste e infrange la promessa, si volta, e la sua sposa è perduta per sempre.

L’aldilà ha sempre affascinato l’uomo che per generazioni ha cercato di immaginarlo e rappresentarlo e molte sono state le versioni letterarie e persino quelle pittoriche che hanno cercato di immortalare questo regno dell’ignoto.

L’uomo è affascinato da ciò che non conosce e da tutto ciò che non riesce a comprendere o è impossibilitato a raggiungere, almeno in questa vita, e ciò indubbiamente è un carburante molto potente per l’immaginazione.

Che cosa ci può essere di più affascinante per la creatività di un luogo che la religione, la filosofia e il mito hanno cercato di rappresentare, ma che, a conti fatti, nessuno che sia ancora in vita può davvero descrivere né per sommi capi né tanto meno in modo dettagliato?

Qualche informazione riguardo al termine necrologio

Vi siete mai interrogati sull’origine e il significato della parola necrologio?

Ora, in questo breve post vi forniremo qualche rapida delucidazione.

Il termine necrologio viene dal latino medievale: necrologium; è una parola composta da: νεκρός “morto” (in greco) e -logium di eulogium.
Si identifica con tale termine un registro dei decessi, conservato in una chiesa o in qualche comunità religiosa, ma anche l’annuncio funebre, di lunghezza variabile, pubblicato in rubriche apposite su quotidiani o riviste o anche il breve testo di giornale che comprende le generalità del defunto e una breve biografia in omaggio alla persona defunta.

Si può comprendere tra i significati di questa parola anche la commemorazione orale o scritta di una persona scomparsa, in occasione del suo funerale o all’anniversario della sua morte.
Dai discorsi dell’antichità che fungevano ad elogio orale del defunto, nell’epoca della stampa, si è passati ai necrologi messi nero su bianco, in questo caso, i dati riferiti alla persona scomparsa erano essenziali: il nome, la data di nascita e di morte e la causa del decesso.

Nell’Ottocento, John Thadeus Delane, editore del Times diede loro un maggior respiro: aggiunse informazioni sulla vita del defunto e corredò il testo con delle foto; la sua iniziativa incontrò molto successo.
Nel ’900 la rivista The Economist riservò ai necrologi una pagina a settimana con dettagliate informazioni sui personaggi deceduti.

Esiste anche una forma singolare di necrologio dedicata alle persone illustri: il coccodrillo, scritto in anticipo, è tenuto da parte ed è pronto all’occorrenza, quando cioè il personaggio famoso cui è riferito viene a mancare.
Il termine, probabilmente, deriva dalla locuzione figurata: “versare lacrime di coccodrillo”, in quanto, l’articolo o il servizio radiotelevisivo appare commosso e sincero, ma in realtà è stato pianificato in anticipo, in attesa della morte del personaggio.

L’avvento della tecnologia e le possibilità offerte da internet hanno introdotto una nuova possibilità di necrologio: quello online, costantemente aggiornati, i necrologi in rete consentono di tenersi informati in tempo reale sui funerali di persone care o conoscenti.

Necrologi-italia è uno di questi servizi tecnologici che consente di preservare la memoria dei defunti e permette a chi vuole farne uso di inviare un messaggio di cordoglio alle famiglie in lutto.
Questo utilissimo strumento serve a ottenere informazioni relative al defunto e al suo funerale, ma soprattutto consente di essere vicini alle persone che amiamo anche quando siamo fisicamente lontani.

Sepolti vivi: quando la letteratura viaggia sul filo del terrore

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Credo che chiunque nel corso della vita abbia avuto almeno un pensiero – forse più di uno – sulla propria morte.

Edgar Allan Poe, maestro di racconti del terrore, ha affrontato un argomento legato alla morte che senza dubbio fa venire i brividi freddi a chiunque: essere sepolti vivi.

Nella storia, che guarda caso si intitola “La sepoltura prematura” (The Premature Burial), l’autore si destreggia in una serie di resoconti di cronaca di persone sepolte vive per avvalorare la sua narrazione e renderla più terribile, ma soprattutto, più credibile.

Dopo aver esibito una serie curata e varia di resoconti presi dalla cronaca, Poe si dilunga sugli effetti che può produrre una sepoltura prematura: “L’oppressione insopportabile dei polmoni… le esalazioni soffocanti della terra umida… le vesti mortuarie strettamente aderenti… il rigido abbraccio dello spazio angusto… l’oscurità della Notte assoluta… il silenzio che sovrasta come un mare…“, insomma non ci risparmia niente per preparare la cornice alla vera storia che vuole raccontarci.

L’ultima geniale trovata dello scrittore per rendere la questione più intrigante e credibile è quella di narrarci la storia che aveva in serbo per noi già dall’inizio in prima persona.
Sostenendo che da questo punto in poi si parla di un’esperienza direttamente vissuta, aumenta ancora di più il grado della nostra attenzione e la tensione della storia.

Non dimenticate mai che gli autori più bravi sono dei manipolatori molto abili: farebbero qualunque cosa pur di tenervi legati alle loro pagine.
Le parole sono dei ganci, le frasi un abile laccio e i… paragrafi? Delle trappole congegnate con destrezza!

Bene, Poe a questo punto ci dice che: “per diversi anni sono andato soggetto ad attacchi di quella singolare malattia che i medici […] hanno convenuto di definire catalessi“.

Ovviamente, Poe si dilunga sull’argomento catalessi, descrivendo nei dettagli come si manifesta e quello che comporta. Chiaramente il narratore è spaventato a morte dalla sua condizione ed è ossessionato dall’idea di essere seppellito vivo.

La sua vita, ossessionata da questo pensiero, diventa un “orrore continuo“, assorbita in pensieri angosciosi che lo spingono a prendere delle “complicate precauzioni“: la cripta di famiglia può essere aperta dall’interno ed è allestito un ripostiglio per acqua e cibo a portata di mano del presunto morto; una campana è attaccata al tetto della tomba con una fune legata alla mano del cadavere.

Giunge, dopo questa serie di accurate informazioni, la descrizione di un risveglio del nostro protagonista da uno dei suoi tanti episodi di catalessi, dove tutto fa pensare a una sepoltura: il buio, l’odore di terra umida, lo spazio ristretto, e così via.

Quando stiamo per credere che il terribile incubo del protagonista della storia sia diventato realtà, l’autore ci spiega l’arcano: in realtà, lo sfortunato narratore si trovava nella cuccetta di uno sloop (una piccola imbarcazione) che trasportava terriccio da giardino, dove lui e un suo amico si erano rifugiati a causa di un temporale e dove lui aveva avuto l’ennesimo episodio di catalessi.

La storia ha un lieto fine: da quel giorno il protagonista del racconto cambia completamente vita, smette di pensare alla morte e vive pienamente; la catalessi da cui era affetto scompare, e Poe ci lascia una manciata di sagge parole su cui riflettere: “I demoni […] devono restare sopiti, altrimenti ci divoreranno: devono essere lasciati dormire o periremo“.

(fonte: Edgar Allan Poe – “Tutti i racconti del mistero, dell’incubo e del terrore” eNewton Classici)

Trasformati in concime per piante; Il riciclo della vita

La stima dice che siamo 7,2 miliardi di persone su questo pianeta. FeliceUn numero impressionante, con stime di un ulteriore aumento fino a 9 miliardi nel 2040. Un numero immenso. Ogni singola unità di questa cifra, però,  è un individuo. Con le sue passioni, aspirazioni, problemi , desideri, e probabilmente una comune grande paura; il giorno in cui si morirà. Sì perché questo grande passo ci accomuna tutti, ci siamo inventati credo differenti per sopportare l’idea di questo traguardo che si avvicina a noi il giorno stesso in cui nasciamo. Seppellire i propri estinti è una pratica vecchia quanto l’uomo stesso,sembra. Oggi lo facciamo in cimiteri, ove,mio dio, si lotta per trovare un loculo, lo si paga salatissimo, e poi lo si deve anche liberare dopo un certo periodo di tempo, fosse nemmeno un albergo a 5 stelle! Ma proviamo a pensare la cosa da un altro punto di vista. Il naturale ciclo della nascita, crescita, morte, non distrugge nulla. Lo trasforma. Allora perché ci sembra naturale imbalsamare le spoglie dei trapassati e rinchiuderle in casse di legno dentro nicchie di cemento? Rendendo così immobile ,o quasi, nel tempo quell’ultima condizione ? Così ci è sfuggito? Abbiamo tradizioni, è vero, che gi guidano in tal senso, ma oggi potremmo vedere il mondo, anche quello che esisterà dopo di noi, con altri occhi. Potrebbe nascere un sentire differente, ove alla morte segue una rinascita. Non nello stesso corpo che ci ha ospitato, ma nel riciclo della vita di questo ecosistema di cui tutti facciamo parte. Perché non disciogliere la nostra essenza nel mare della materia che crea e ricrea tutto ciò che è vivo? Siamo fatti della stessa sostanza delle stelle, è vero, la scienza ce lo ha svelato. Ma la realtà è che siamo fatti della stessa sostanza delle stelle morte. Esplose per liberare nel cosmo elementi rarissimi che vengono generati solo quando questi astri appunto “muoiono”, e che sono fondamentali per l’esistenza della vita. Anche noi, nel nostro piccolo potremmo vivere questa condizione. Perché una volta esalato l’ultimo respiro non reinseriamo il nostro corpo materiale nella terra che ci ha generato, rendendo tutte le nostre sostanze in modo da contribuire alla rinascita di vita, che continuerà il ciclo? Quale tradizione ce lo impedisce? Cosa temiamo di perdere? Io non lo so. Forse in un futuro non troppo lontano saremo costretti a questa pratica per motivi di spazio, di ecologia, o forse ,semplicemente, cambieremo nuovamente il nostro rapporto con la morte. Googolando mi è capitato di trovare il sito che stamane ha suscitato in me questa riflessione, www.promessa.se. Questa attività promuove una riduzione a materiale organico, biodegradabile, e non nocivo le spoglie mortali, con lo scopo di poterle interrare in qualsiasi suolo, persino nel giardino di casa. Qui, magari, nutrirci un albero, od un fiore, per aver memoria di chi abbiamo sepolto tramite nuova vita. Reinserendo tutto nel ciclo della vita di cui abbiamo in precedenza parlato. E’ un sentire molto lontano dalla nostra tradizione Italiana, ma tutto sommato, non lo so mica, forse non è un’idea così assurda….

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