2 novembre: i sepolcri, ricordo tangibile dei nostri cari defunti

2 novembre: i sepolcri, ricordo tangibile dei nostri cari defunti

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
Confortate di pianto è forse il sonno
Della morte men duro?


Il 2 novembre la Chiesa cattolica ricorda tutti i defunti. In questa occasione, mi sembra opportuno riflettere sulla consuetudine di commemorare i defunti attraverso l’edificazione di monumenti funebri e per farlo mi appello alla singolare domanda retorica con cui Ugo Foscolo apre la sua opera: “Dei Sepolcri” e alle risposte che offre ai suoi lettori.

Prima però, bisogna conoscere un antefatto.
Foscolo decise di mettere mano al suo carme dopo aver avuto una discussione con Ippolito Pindemonte (poeta, letterato e traduttore dell’Odissea) nel salotto letterario di Isabella Teotochi Albrizzi.
L’argomento della discussione era l’editto di Saint Cloud. Emanato da Napoleone nel giugno 1804 ed esteso nel 1806 all’Italia aveva l’obiettivo di regolamentare la pratica delle sepolture.
Secondo il nuovo decreto, i cimiteri sarebbero dovuti sorgere fuori delle mura cittadine e le tombe avrebbero dovuto essere tutte uguali e prive di iscrizioni.

In sostanza, con questo editto si mirava a raggiungere due finalità: una di tipo igienico-sanitario (evitare la consuetudine di collocare i corpi dei defunti nelle chiese, con conseguente diffusione di terribili olezzi e malattie); l’altra di tipo ideologico-politico, poiché le tombe avrebbero rispettato il principio rivoluzionario di uguaglianza (si eliminava qualsiasi differenza tra i morti).

Foscolo era materialista e ateo, all’inizio non si interessa alla questione che invece scatena un coro di proteste in Italia. Successivamente, si schiera contro l’editto, anche se i motivi, però, sono diversi da quelli dei cattolici che danno alla sepoltura nelle chiese un significato di prestigio spirituale.
Foscolo sostiene che è importante distinguere le tombe, non perché questo giovi in alcun modo alla persona scomparsa, ma perché il sepolcro consente la “sopravvivenza” dei defunti, attraverso il ricordo di chi è ancora in vita. Inoltre, le tombe di personaggi che hanno compiuto grandi gesta rappresentano un segno, un lascito per le generazioni future.

Io credo che preservare la memoria dei defunti sia prima di tutto un segno di civiltà e ritengo che per molti sia un modo per continuare un dialogo con le persone scomparse, alleviando al contempo il dolore per la perdita, grazie alla presenza di un luogo fisico dove il ricordo del defunto resta intatto, finché qualcuno si prende cura del suo sepolcro.

Viaggi nell’oltretomba: il mito di Orfeo ed Euridice

L’oltretomba e la vita dopo la morte hanno avuto sempre un notevole fascino e stimolato la curiosità e l’immaginazione di pittori, scrittori e musicisti.

In un interessante e struggente mito, quello di Orfeo ed Euridice, si parla appunto di uno di questi viaggi nell’aldilà; la motivazione del protagonista ad affrontare tale pericoloso viaggio è quella di recuperare la propria consorte scomparsa.

La giovane ninfa, Euridice, è stata morsa da un serpente e Orfeo preso da grande disperazione decide che non può vivere senza di lei, per questo si risolve a scendere nell’Ade e a riportare con sé la sua sposa.

La musica che Orfeo trae dalla sua lira è talmente potente e incantatrice – tanti sono gli esempi nella vita dell’eroe che ne dimostrano l’efficacia – da vincere le resistenze di Caronte che lo traghetta sull’altra sponda dello Stige; anche Cerbero e i giudici dei morti si arrendono alle sue note e lo fanno passare.

Orfeo vince ogni resistenza con il potere della sua musica, resiste persino ai ripetuti assalti delle anime dei dannati che tentano di aggredirlo mentre procede nel suo viaggio, ma l’amore lo sostiene e le sue melodie lo rendono invincibile. Finalmente, giunge in presenza di Ade e Persefone per perorare la sua causa.

La disperazione e il dolore per la perdita dell’amata Euridice che Orfeo mette in musica riesce a commuovere i signori degli inferi che concedono all’amato di riportare con sé la sua ninfa, ma a una condizione…

Orfeo non dovrà voltarsi a guardare la sua sposa fino a che non saranno usciti dal regno dei morti.
I due amanti si incamminano, ma quando giungono in prossimità dell’uscita, il povero Orfeo, consumato dai dubbi, dal desiderio e dal timore, non resiste e infrange la promessa, si volta, e la sua sposa è perduta per sempre.

L’aldilà ha sempre affascinato l’uomo che per generazioni ha cercato di immaginarlo e rappresentarlo e molte sono state le versioni letterarie e persino quelle pittoriche che hanno cercato di immortalare questo regno dell’ignoto.

L’uomo è affascinato da ciò che non conosce e da tutto ciò che non riesce a comprendere o è impossibilitato a raggiungere, almeno in questa vita, e ciò indubbiamente è un carburante molto potente per l’immaginazione.

Che cosa ci può essere di più affascinante per la creatività di un luogo che la religione, la filosofia e il mito hanno cercato di rappresentare, ma che, a conti fatti, nessuno che sia ancora in vita può davvero descrivere né per sommi capi né tanto meno in modo dettagliato?

Requiem: il riposo eterno che ha ispirato i più famosi compositori

Sapevate che alcune delle più belle pagine di musica sono state composte per le messe dei defunti?

I compositori non hanno di certo disdegnato le messe celebrate in memoria dei defunti; i testi del rito liturgico della Chiesa cattolica hanno ispirato pagine di musica davvero memorabili ed è interessante approfondire questo particolare argomento.

Innanzitutto, il termine Requiem (o Messa da Requiem) deriva dalla prima parola della frase latina “requiem aeternam dona eis Domine” (“l’eterno riposo dona a loro, o Signore”, preghiera d’invocazione per i defunti, derivata dal IV libro di Esdra – capitolo II, versetti 33-48 ) tratta dall’Introito della messa per i defunti.

La Messa da Requiem è una messa celebrata per il riposo eterno dell’anima di un defunto; la sua struttura liturgica si differenzia da quella di una messa normale: mancano il Gloria e il Credo; l’Alleluia, è sostituito da un Tractus (Tratto); in aggiunta, è presente la sequenza Dies irae, attribuita a Tommaso da Celano.

In sostanza, la Messa da Requiem è composta da 9 sezioni:
introito (Requiem)
kyrie
graduale
tratto
sequenza (Dies irae)
offertorio
sanctus et benedictus
agnus Dei
communio (Lux aeterna)

La struttura musicale della Messa da requiem ha la particolarità di includere, accanto ai brani dell’Ordinarium (Kyrie, Sanctus, Agnus Dei), anche quelli del Proprium (Introito, Graduale, Tratto, Offertorio, Communio), questi ultimi, di regola, variano in relazione al tempo e alle festività nel corso dell’anno liturgico, nella Messa da Requiem, invece, presentano un testo fisso.

I testi dei riti cattolici possiedono una notevole drammaticità, questa ha ispirato molti compositori, in varie epoche, per questo esistono Requiem di diverso stile che spesso utilizzano melodie liturgiche tradizionali.

Come genere sacro, il Requiem fu praticato sin dal Quattrocento; nel Cinquecento, troviamo esempi di Requiem polifonici composti da P. de La Rue, C. Morales, G.P. da Palestrina, O. di Lasso; dal Seicento in poi, l’interesse dei compositori si focalizza in particolar modo sulla drammaticità del “Dies irae“.

Tra i Requiem più famosi ricordiamo quelli di W. A. Mozart, L. Cherubini, H. Berlioz, A. Dvořák, G. Verdi; su testi biblici, non coincidenti con la liturgia cattolica: il Deutsches Requiem di J. Brahms e i Requiem Canticles di I. Stravinskij.

Dedichiamo un breve approfondimento alla Messa di requiem in Re minore K 626 di Mozart, non solo per la bellezza della composizione, ma anche per alcuni aspetti singolari legati alla sua stesura.

Il Requiem è l’ultima composizione di Mozart; rimase incompiuta per la morte del suo autore (5 dicembre 1791) e fu completata solo successivamente dai suoi allievi, in particolare, dall’amico e allievo F. X. Süssmayr.

Ovviamente, la natura dell’opera e la concomitanza della morte del suo autore, proprio durante la sua realizzazione, favorirono la nascita di diverse leggende e ipotesi più o meno fantasiose legate alla stesura del Requiem.
In effetti, certi fatti, successivamente svelati, hanno contribuito a creare un alone di mistero attorno al Requiem, al suo committente e alla morte del compositore.

In Vite di Haydn, Mozart e Metastasio, Stendhal fa riferimento a un anonimo committente che giunse a casa del compositore di notte, mascherato e con indosso un mantello scuro.
L’uomo incaricò Mozart, malato e caduto in miseria, di comporre una messa da requiem, in sole quattro settimane, per il compenso di cinquanta ducati.

Stendhal sosteneva che Mozart avesse cercato di scoprire chi fosse il misterioso committente, non riuscendo nel suo intento, il compositore, stanco e malato, si era convinto che l’uomo fosse in realtà un emissario dell’al di là che, in pratica, gli aveva commissionato la stesura della sua stessa messa da requiem.
Allo scadere delle quattro settimane, l’uomo misterioso tornò da Mozart e gli offrì altri cinquanta ducati e altre quattro settimane per completare il Requiem non ancora terminato, ma, inutilmente, perché Mozart morirà, lasciando incompiuta la sua opera.

E ora passiamo all’opinione degli storici.
Secondo Piero Melograni, l’intermediario era quasi certamente Johann Puchberg, abituale creditore del Maestro. Egli commissionò il Requiem su incarico del conte Franz Xaver Walsegg-Stuppach, un aspirante compositore.
Il compenso stabilito era di 400 fiorini (non 100 ducati come scrisse Stendhal). Si trattava di una cifra sostanziosa, del resto, Mozart sapeva che il committente avrebbe spacciato per propria la composizione, purtroppo, il compositore non poté opporre un rifiuto: “perché debitore verso Puchberg di una somma notevolmente più alta”.
Il conte aveva l’abitudine di trascrivere di suo pugno le partiture che si era procurato di nascosto, poi, per la loro esecuzione faceva trascrivere le singole parti dal suo manoscritto.
Per quanto riguarda il motivo per cui il Requiem fu commissionato, il conte con esso voleva rendere un estremo omaggio a sua moglie che aveva perso da poco.

In merito alla diatriba su le parti scritte da Mozart e quelle invece aggiunte dai suoi allievi, pare che l’unica parte del Requiem che Mozart scrisse per intero fosse l’Introitus Requiem Aeternam.

Alla fine, le leggende e i fatti comprovati hanno poca importanza di fronte alla bellezza e alla drammaticità del Requiem, li dimenticherete presto: all’ascolto delle prime battute di quest’opera immortale.

foto copertina: Autografo del Requiem K 626 di W. A. Mozart – inizio del Dies Irae e ritratto postumo di Wolfgang Amadeus Mozart di Barbara Krafft (1819)

Qualche informazione riguardo al termine necrologio

Vi siete mai interrogati sull’origine e il significato della parola necrologio?

Ora, in questo breve post vi forniremo qualche rapida delucidazione.

Il termine necrologio viene dal latino medievale: necrologium; è una parola composta da: νεκρός “morto” (in greco) e -logium di eulogium.
Si identifica con tale termine un registro dei decessi, conservato in una chiesa o in qualche comunità religiosa, ma anche l’annuncio funebre, di lunghezza variabile, pubblicato in rubriche apposite su quotidiani o riviste o anche il breve testo di giornale che comprende le generalità del defunto e una breve biografia in omaggio alla persona defunta.

Si può comprendere tra i significati di questa parola anche la commemorazione orale o scritta di una persona scomparsa, in occasione del suo funerale o all’anniversario della sua morte.
Dai discorsi dell’antichità che fungevano ad elogio orale del defunto, nell’epoca della stampa, si è passati ai necrologi messi nero su bianco, in questo caso, i dati riferiti alla persona scomparsa erano essenziali: il nome, la data di nascita e di morte e la causa del decesso.

Nell’Ottocento, John Thadeus Delane, editore del Times diede loro un maggior respiro: aggiunse informazioni sulla vita del defunto e corredò il testo con delle foto; la sua iniziativa incontrò molto successo.
Nel ’900 la rivista The Economist riservò ai necrologi una pagina a settimana con dettagliate informazioni sui personaggi deceduti.

Esiste anche una forma singolare di necrologio dedicata alle persone illustri: il coccodrillo, scritto in anticipo, è tenuto da parte ed è pronto all’occorrenza, quando cioè il personaggio famoso cui è riferito viene a mancare.
Il termine, probabilmente, deriva dalla locuzione figurata: “versare lacrime di coccodrillo”, in quanto, l’articolo o il servizio radiotelevisivo appare commosso e sincero, ma in realtà è stato pianificato in anticipo, in attesa della morte del personaggio.

L’avvento della tecnologia e le possibilità offerte da internet hanno introdotto una nuova possibilità di necrologio: quello online, costantemente aggiornati, i necrologi in rete consentono di tenersi informati in tempo reale sui funerali di persone care o conoscenti.

Necrologi-italia è uno di questi servizi tecnologici che consente di preservare la memoria dei defunti e permette a chi vuole farne uso di inviare un messaggio di cordoglio alle famiglie in lutto.
Questo utilissimo strumento serve a ottenere informazioni relative al defunto e al suo funerale, ma soprattutto consente di essere vicini alle persone che amiamo anche quando siamo fisicamente lontani.

Poesia sepolcrale: riflessioni e meditazioni sulla morte e immortalità

poesia sepolcrale

Sapevate che in letteratura un gruppo di opere, collocate temporalmente tra il XVIII e l’inizio del XIX secolo, trova la sua ragione d’essere nelle meditazioni ispirate dalle sepolture?

La Poesia sepolcrale o cimiteriale, così viene chiamata questa sorta di corrente che si oppone, esibendo atteggiamenti in netto contrasto, alla visione illuminista, non colloca la ragione al centro della conoscenza, il metro di giudizio di ogni cosa.
I poeti elegiaci, così vengono definiti i sostenitori di tale movimento sviluppano tematiche cupe e atteggiamenti sentimentali e malinconici che tendono ad esaltare una sensibilità e interiorità ampiamente trascurate dall’età dei lumi.

Transitorietà delle cose, vagheggiamenti amorosi, sensibilità spiccata per la morte, suicidio e dolore universale sono le tematiche che percorrono le produzioni poetiche di questo movimento. Un sentimento doloroso della natura e dell’uomo, e una ricerca dell’autenticità muovono gli animi dei poeti elegiaci che popolano il Preromanticismo inglese.

Tra gli altri interessi di questi poeti ci sono il sonno e la notte che sono ovviamente metafore della morte.

La diffusione della poesia sepolcrale avviene in concomitanza con la “sistemazione” dei cimiteri che proprio nel XVIII secolo e l’inizio del secolo successivo assumono l’attuale assetto.

Gli inglesi sono stati i primi ad assumere questa nuova poetica:

  • Thomas Parnell, A Night-Piece on Death (Composizione notturna sulla morte), meditazione notturna in un cimitero sulla morte e sull’immortalità dell’anima;
  • Robert Blair, The grave (La tomba) che si dilunga sugli aspetti più misteriosi della morte;
  • Thomas Gray e la sua Elegy written in a country church-yard (Elegia scritta in un cimitero campestre), riflessione che dagli individui sepolti nel cimitero di campagna passa alle sorti dell’umanità intera.

Tuttavia, se gli inglesi sono stati i primi a produrre poesie “cimiteriali”, esistono molti esempi anche di autori tedeschi e francesi.

In Italia, possiamo citare il Foscolo che con i “Sepolcri“, anche se l’adesione al movimento è stata solo occasionale, testimonia l’influenza che la letteratura “cimiteriale” ha avuto per la sua produzione artistica, tanto che il motivo del sepolcro è stato elemento caratteristico della sua personalità di artista, mentre per gli altri autori è stato solo “episodico”.

Sepolti vivi: quando la letteratura viaggia sul filo del terrore

sepolti vivi letteratura

Credo che chiunque nel corso della vita abbia avuto almeno un pensiero – forse più di uno – sulla propria morte.

Edgar Allan Poe, maestro di racconti del terrore, ha affrontato un argomento legato alla morte che senza dubbio fa venire i brividi freddi a chiunque: essere sepolti vivi.

Nella storia, che guarda caso si intitola “La sepoltura prematura” (The Premature Burial), l’autore si destreggia in una serie di resoconti di cronaca di persone sepolte vive per avvalorare la sua narrazione e renderla più terribile, ma soprattutto, più credibile.

Dopo aver esibito una serie curata e varia di resoconti presi dalla cronaca, Poe si dilunga sugli effetti che può produrre una sepoltura prematura: “L’oppressione insopportabile dei polmoni… le esalazioni soffocanti della terra umida… le vesti mortuarie strettamente aderenti… il rigido abbraccio dello spazio angusto… l’oscurità della Notte assoluta… il silenzio che sovrasta come un mare…“, insomma non ci risparmia niente per preparare la cornice alla vera storia che vuole raccontarci.

L’ultima geniale trovata dello scrittore per rendere la questione più intrigante e credibile è quella di narrarci la storia che aveva in serbo per noi già dall’inizio in prima persona.
Sostenendo che da questo punto in poi si parla di un’esperienza direttamente vissuta, aumenta ancora di più il grado della nostra attenzione e la tensione della storia.

Non dimenticate mai che gli autori più bravi sono dei manipolatori molto abili: farebbero qualunque cosa pur di tenervi legati alle loro pagine.
Le parole sono dei ganci, le frasi un abile laccio e i… paragrafi? Delle trappole congegnate con destrezza!

Bene, Poe a questo punto ci dice che: “per diversi anni sono andato soggetto ad attacchi di quella singolare malattia che i medici […] hanno convenuto di definire catalessi“.

Ovviamente, Poe si dilunga sull’argomento catalessi, descrivendo nei dettagli come si manifesta e quello che comporta. Chiaramente il narratore è spaventato a morte dalla sua condizione ed è ossessionato dall’idea di essere seppellito vivo.

La sua vita, ossessionata da questo pensiero, diventa un “orrore continuo“, assorbita in pensieri angosciosi che lo spingono a prendere delle “complicate precauzioni“: la cripta di famiglia può essere aperta dall’interno ed è allestito un ripostiglio per acqua e cibo a portata di mano del presunto morto; una campana è attaccata al tetto della tomba con una fune legata alla mano del cadavere.

Giunge, dopo questa serie di accurate informazioni, la descrizione di un risveglio del nostro protagonista da uno dei suoi tanti episodi di catalessi, dove tutto fa pensare a una sepoltura: il buio, l’odore di terra umida, lo spazio ristretto, e così via.

Quando stiamo per credere che il terribile incubo del protagonista della storia sia diventato realtà, l’autore ci spiega l’arcano: in realtà, lo sfortunato narratore si trovava nella cuccetta di uno sloop (una piccola imbarcazione) che trasportava terriccio da giardino, dove lui e un suo amico si erano rifugiati a causa di un temporale e dove lui aveva avuto l’ennesimo episodio di catalessi.

La storia ha un lieto fine: da quel giorno il protagonista del racconto cambia completamente vita, smette di pensare alla morte e vive pienamente; la catalessi da cui era affetto scompare, e Poe ci lascia una manciata di sagge parole su cui riflettere: “I demoni […] devono restare sopiti, altrimenti ci divoreranno: devono essere lasciati dormire o periremo“.

(fonte: Edgar Allan Poe – “Tutti i racconti del mistero, dell’incubo e del terrore” eNewton Classici)

Scelgo social!

scegliereStamane, appena sveglio mi è capitato di leggere un post interessante della sempre interessante Cinzia Di Martino. Il post , con la solita arguzia, analizzava i processi che una persona ha seguito per scegliere e comperare un trapano. Alla fine del percorso di analisi, ciò che è emerso è che navigando tra blog e cercando risposte nel mare dei social, la persona in questione aveva comperato non un trapano, ma una marca di trapano. A prescindere dal modello. Per il semplice motivo che la “vox” dei social aveva decretato quel brand ottimo, degno di fiducia. Continuando la mia mattinata tra ricerche di notizie, ho trovato quest’altro interessante articolo sul “come scegliere l’ospedale giusto per te“.

La similitudine tra i due fenomeni è stata immediatamente palese.

Un portale sul quale inserire pareri, voti, esperienze avute con varie strutture sanitarie. Così prima di andare a farmi operare, posso indagare le esperienze altrui con quel dato servizio, e scegliere di conseguenza.

Ecco un’altra grande, impressionante evoluzione del mondo, portata dai social.

Ora che siamo tutti connessi, vediamo tutti le stesse cose e riceviamo tutti gli stessi input, rispondiamo tutti allo stesso modo. Siamo tutti un’unica grande tribù che marcia con lo stesso passo.

 

Così lontano, così vicino…

Mi capita giornalmente di immergermi nelle notizie che rimbalzano in rete. Per via dei miei impegni, ogni mattina controllo una serie consistente di articoli, tentando di individuare le notizie che mi interessano e che posso utilizzare per il mio lavoro. cammino dell'uomoCome potete immaginare, sono notizie spesso riguardanti la fine della vita ed i luoghi ad essa collegati. La mia ricerca di notizie è sempre attenta a fatti strani, buffi o particolari che abbiano comunque un legame con il nostro rapporto con la morte. Argomento che sentiamo tutti come estremamente delicato e spesso tabù nei discorsi. Ma nei fatti?  Giornalmente mi ritrovo a decidere di non pubblicare notizie su furti di rame nei cimiteri, su illeciti per concessioni di costruzione di aree cimiteriali, su mazzette pagate per aver posizioni migliori al campo santo. E’ del 7 marzo la notizia del trasporto illecito di un cadavere di un cinese, a quanto sembra, con scopo di riciclo documenti. Così è sbocciata nella mia mente questa evidenza. Il mondo della morte e sue relative attività, non è tabù nei fatti, e non è  scisso dal comune vivere ed i suoi problemi. VI si può trovare corruzione, traffico illecito, malaffare, piccoli furti, come in qualsiasi altra attività umana. Tutto a scopo di lucro. Quel velo di solennità e rispetto che io, ma credo anche voi che mi leggete,  riconoscete all’argomento, è lacerato, forse ormai completamente tolto. Ed il trapasso, la tumulazione, l’ultimo addio, sono divenute, nei fatti, sfere sulle quali lucrare indebitamente, truffare, illecitamente arricchirsi come qualsiasi altra attività. Ai miei occhi questo dimostra quanto quell’ultimo passo dalla metà sconosciuta, sia divenuto nei limiti del materiale completamente organico allo svolgersi della vita. Presentando le stesse anomalie di qualsiasi altra attività svolta dall’uomo. Così lontano, così vicino.

Che gran tritatutto che è la storia!

Sono un appassionato di giochi con miniature. Ne dipingo e ci gioco da anni. tritatuttoEsistono diversi regolamenti per differenti giochi, e così ci si ritrova a provare un nuovo gioco di tanto in tanto. Ora, essendo un mercato molto redditizio, nuovi giochi e nuove miniature vengono prodotte di continuo; con l’obbiettivo di acchiappare l’immaginario di una fetta di pubblico che zelantemente spenderà una montagna di soldi in questa nuova trovata. Ogni gioco per riuscire ad attirare pubblico deve inventarsi sia ambientazioni accattivanti sia miniature con soggetti che possano stuzzicare la fantasia delle persone. Non credete, la lotta è serrata, ogni idea può essere quella vincente, quindi vengono esplorati e rielaborati tutti gli archetipi che la storia può offrire.

E ecco qua, proprio ieri, navigando tra i siti specializzati in questo settore mi imbatto in una scatola con delle miniature che subito accendono qualcosa nella mia immaginazione.

La scatola reca la scritta “Shadows of the Redchapel” . La scatola, come potete vedere, raffigura 4 signorine in abiti da prostitute dell’età vittoriana ed un losco figuro. Andando più in dettaglio si scopre che la confezione contiene anche un ulteriore personaggio descritto come “serial killer”. Ok, per me ci sono tutti gli elementi che stuzzicano la mia fantasia di Romanticista. Shadows-of-red-chapelMa aspettate un attimo, prostitute vittoriane, serial killer, Redchapel… Ma non era Whitechapel? Ma queste tipologie di personaggio non le conosciamo da sempre? E già, la storia di Jack the ripper. Ed è proprio questo che mi ha colpito. Quella storia tremenda, fatta di sangue, di sofferenza estrema di persone con vite difficili di sospetti e soprattutto di morte; oggi è tema per un gioco. Tutta la pesantezza di quei fatti, che anche oggi ci prenderebbero come un pugno allo stomaco, è mito, favola.

Nulla rimane se non il fatto in se, privo di giudizi morali, un cliché pronto per essere utilizzato nel contesto ove è più efficace!

Che tritatutto che è la storia……

34 piani di interrogativi!

 

Tra la fine del XIX secolo , e per tutta la metà del XX l’uomo moderno iniziò a torre-funeraria-antica-elahbelcostruire grattacieli. Non ci inventiamo nulla, questo desiderio di erigere torri è sempre stato presente. Basti pensare alla torre di Babele; le motivazioni che spinsero a costruire sempre più verso il cielo sono molteplici.

Concentrare più persone nello stesso luogo in modo che potessero interagire più facilmente (oggi sembra incomprensibile, ma pensate come poteva essere collaborare con chi risiede a 50 KM di distanza senza i moderni strumenti, utilizzando solamente un telefono), un presunto risparmio di superficie, ma la vera motivazione, quella che spinge ancora oggi a costruire questo tipo di edifici è la magnificazione.

Nell’ isola di Manhattan intorno ai primi anni del XX secolo le società finanziarie e gli architetti ingaggiarono una vera battaglia a “chi ce l’ha più grosso”. Costruendo sempre più verso l’alto, ed edifici sempre più grandi. Tanto da far guadagnare a Manhattan l’appellativo di “Isola dei grattacieli”.

Una mera affermazione di potenza (mi sembra che nulla è cambiato dal tempo della torre di Babele)!

Oggi questo modo di costruire lo possiamo trovare nei paesi emergenti dell’ Est, motivato dalle stesse ragioni che spinsero noi occidentali 100 anni fa.

Ma, con l’attuale sentire, ed una accresciuta coscienza green, non vi sono più ragioni per edificare tali colossi, credevo; poi improvvisamente ieri mi imbatto in notizie come  questa.

In breve, a Verona è stata venduta dall’amministrazione comunale, un’area che secondo i progetti dei compratori ospiterà un cimitero in forma di grattacielo, con ambienti per svolgere funzioni ed altro.progetto-cimitero-verticale-Verona

Lasciamo perdere le diatribe interne all’amministrazione comunale e concentriamoci sul simbolo.

100 metri di altezza per 34 piani, capace di contenere fino a 60mila salme! Poi al suo interno servizi, ambienti climatizzati,spazi per esposizioni artistiche, e per funzioni. Un luogo dove si possa vivere esperienze accanto alle salme dei defunti.

Ora, lungi da me esprimere un giudizio, anzi, l’dea non mi sembra nemmeno così brutta. Ma mi chiedo: Perché in un momento dove tutta l’Europa si muove verso una dimensione green con un occhio al più basso impatto ambientale noi italiani “riesumiamo” , è proprio il caso di dirlo, un modo di costruire ormai obsoleto? E per di più lo applichiamo in un settore che sembra stia avendo uno sviluppo diametralmente opposto?

E’ vero, il lavoro di grandi architetti ci è sembrato bizzarro ad un primo sguardo, solo per capirne in seguito la portata innovativa. Potrebbe essere anche questo uno di quei casi? Forse che la struttura grattacielo abbia il suo ultimo e definitivo sviluppo proprio in questa funzione?

Ai posteri, che lo “abiteranno” l’ardua sentenza!