Ammit: la “Mangiatrice dei cuori”

Ammit: la “Mangiatrice dei cuori”

Testa di coccodrillo, zampe anteriori e tronco di leonessa, zampe posteriori di ippopotamo, non sono ingredienti di una strana pozione magica, ma una combinazione della prodigiosa fantasia degli Egizi che diede vita ad Ammit (Ammut, Ammet, Ahemait), creatura mitologica, il cui aspetto doveva incutere terrore.

Gli Egizi scelsero proprio il coccodrillo, la leonessa e l’ippopotamo, per comporre questo essere mostruoso, perché questi tre animali incutevano timore ed erano al contempo ritenuti sacri.

La funzione di Ammit, detta anche “Mangiatrice dei cuori”, era quella di punire coloro che non avevano condotto una vita onesta; assisteva al rito della psicostasia (la pesatura del cuore), una sorta di giudizio che consentiva di decidere se il defunto era degno o meno di proseguire il suo viaggio nell’Aldilà.

Il giudizio consisteva in una pesatura che metteva a confronto il cuore del defunto con la piuma di Maat, la dea della giustizia e della verità.
Se il peso del cuore superava quello della piuma, il defunto era ritenuto colpevole e Ammit avrebbe mangiato il suo cuore, tale gesto simboleggiava la caduta dello spirito nel caos, e il reo sarebbe stato condannato all’irrequietezza eterna ed escluso per sempre dalle gioie della vita ultraterrena.

La scena del giudizio in cui è presente anche Ammit compare nel Libro dei Morti.

Il Libro dei morti degli Egizi: un prontuario di formule per affrontare l’aldilà

Per il vostro ultimo viaggio portereste un libro come protezione e aiuto?

Ru nu peret em heru (Libro per uscire al giorno) è il titolo originale di un testo funerario egizio, più noto come il Libro dei morti.
Il suo uso risale al Nuovo Regno (1550 a.C. ca.) e consiste in una raccolta di formule magico-religiose. Per gli Egizi, pratica magica e religione coincidevano, per cui, pregare e compiere incantesimi erano per loro la medesima cosa.

Diversi sacerdoti egizi hanno contribuito alla stesura dei testi che compongono il Libro dei morti, il cui scopo era aiutare e proteggere il defunto nel suo viaggio verso l’oltretomba che si riteneva gremito di ostacoli, tra cui, attraversare luoghi pericolosi e affrontare divinità sovrannaturali dall’aspetto terrificante.

All’inizio, le formule del Libro erano riprodotte sulle pareti delle camere funerarie o sui sarcofagi; più tardi, furono utilizzati rotoli di papiro che erano posti nei feretri con le mummie.
Quasi sempre le formule erano redatte in caratteri geroglifici o ieratici (corsivo dei geroglifici); in alcuni rotoli erano presenti illustrazioni che raffiguravano il viaggio ultraterreno del defunto.

La realizzazione di un papiro del Libro dei morti spettava agli scribi a seguito di una commissione. I committenti erano persone che volevano predisporre i propri funerali oppure i congiunti di qualcuno deceduto da poco.

Non esistono due esemplari identici del Libro dei morti; certe riproduzioni erano addirittura commissionate ad hoc e gestivano con grande libertà formule e frasi, scelte in base a quello che il committente riteneva utile per il proprio accesso all’aldilà.
Anche la lunghezza cambia notevolmente: il rotolo più lungo è di 40 metri (i rotoli si ottenevano unendo più fogli che variavano dai 15 ai 45 centimetri di lunghezza), altre versioni non superano il metro.

I primi testi funerari erano di esclusivo appannaggio dei faraoni, ma alla fine della VI dinastia, furono impiegati anche da alti funzionari e nobili.
Con il passare del tempo, i testi subirono un’evoluzione, si aggiunsero nuove formule (la formula 125, nota con il nome di Pesatura del cuore, comparve intorno al 1475 a.C.), comparvero illustrazioni e figure, i testi vennero riportati sui sarcofagi e chiunque fosse abbastanza ricco da poterselo permettere, poté aspirare all’immortalità, proprio come i faraoni.

Studiando le versioni dei Libri dei morti che ci sono pervenute, si riscontrano ben 192 formule, ma nessuno dei manoscritti finora ritrovati le contengono tutte.

Ciascuna formula aveva un ben preciso scopo rituale: alcune servivano a proteggere dalle forze malefiche del mondo dei morti; altre erano congegnate per aiutare il defunto a superare gli ostacoli che avrebbe incontrato nell’oltretomba. Si credeva che la forza delle formule si esprimesse nel momento in cui fossero recitate dal defunto, perché gli Egizi attribuivano alla parola (sia scritta sia pronunciata) un potere magico e creatore: pronunciare una formula magica era già un atto di creazione.

Il nome dell’autore originario delle formule del Libro dei morti non viene mai citato, ma è probabile fosse Thot (dio lunare della scrittura e della conoscenza).
L’ultimo utilizzo documentato del Libro dei morti risale alla metà del I secolo a.C.

Esorcizzare la morte, interrogarci sul mondo che è al di là di quello che conosciamo hanno rappresentato, oltre ai mille interrogativi che un tuffo nell’ignoto porta con sé, una delle preoccupazioni che si sono tramandate di civiltà in civiltà.

Credo che un prontuario che ci aiuti ad affrontare il viaggio che ci aspetta, qualunque esso sia, può essere un’interessante soluzione per aiutarci a raggiungere l’immortalità.
E voi, che cosa ne pensate?

In copertina: Libro dei morti di Ani: i Campi Aaru. British Museum, Londra.

Maat: dea egizia della verità e della giustizia

Gli egizi avevano una dea della verità.
Il suo nome era Maat e simboleggiava anche l’equilibrio, l’armonia, l’ordine, la giustizia, la moralità.

Maat appare per la prima volta nei testi della piramide del faraone Unis (ca. 2375 a.C. – 2345 a.C.); veniva raffigurata in sembianze umane con una piuma di struzzo sul capo ed era considerata la figlia di Ra, il dio sole, e da lei dipendevano il ciclo delle stagioni e la disposizione delle costellazioni.

Mandata nel mondo per allontanare il caos (rappresentato dalla forza negativa di Isfet), Maat aveva anche un ruolo fondamentale nella pesatura delle anime, un particolare rito che avveniva nell’oltretomba egizio (Duat). Nel rito, la piuma di struzzo che la dea aveva in capo era la misura che stabiliva se l’anima del defunto sarebbe passata nell’aldilà.

La pesatura del cuore era di solito rappresentata nel Libro dei morti e nelle pitture sulle pareti delle tombe, la scena era composta da Anubi che controllava la pesatura, dal mostro Ammit che attendeva accovacciato il risultato e dal defunto che pronunciava le 42 confessioni negative (dichiarazione di innocenza da recitare al cospetto di 42 giudici).

Oltre alla piuma, Maat in certe raffigurazioni ha con sé anche un lungo scettro (uas), simbolo di potere, e sorregge il simbolo di vita eterna (ankh).
Su molti sarcofagi Maat è rappresentata come una giovane donna con ali fuse alle braccia che simbolicamente dovevano proteggere, avvolgendola in un ideale abbraccio, l’anima del defunto.

Questa dea aveva un ruolo ben preciso nella società egizia: garantiva l’ordine pubblico, essendo la rappresentante divina del principio etico e morale che gli egizi dovevano seguire durante la loro vita.
Il ruolo di Maat era congeniale alla situazione di rischio di frequenti disordini in cui versava lo Stato egizio appena nato e composto da tanti popoli diversi con interessi in conflitto tra loro. La dea regolava lo status quo: chiunque osava compiere atti contro di lei avrebbe causato a se stesso e allo Stato gravi conseguenze.

I nostri tempi debbono essere davvero incerti e confusi se la giovane donna che abbiamo scelto per rappresentare la giustizia ha bisogno di una benda sugli occhi per fare bene il suo lavoro…


In copertina: Maat con la piuma in capo, dalle pareti della tomba di Seti I nella Valle dei Re. Museo archeologico nazionale di Firenze.

Anubi: il protettore del mondo dei defunti

Anubi il protettore del mondo dei defunti

Chi non conosce Anubi raffigurato in geroglifici, pitture, amuleti o statue?

Ma quanti effettivamente conoscono il ruolo che aveva questa divinità nei rituali funebri egizi?

Anubi, rappresentato il più delle volte come un “mostro spaventevole dalla testa di cane eretta e dalla faccia quando d’oro e quando nera, col caduceo nella sinistra e una verde palma nella destra” (Apuleio, Le Metamorfosi, Libri XI), era il dio della mummificazione e dei cimiteri. Il suo ruolo era quello di proteggere le necropoli e il mondo dei defunti e, probabilmente, fu per tutto l’Antico Regno il principale dio dei morti.

Questa divinità è rappresentata in origine come un canide accucciato, solitamente su un reliquiario o su qualche oggetto appartenente a un corredo funebre. Per molto tempo si è pensato che l’animale raffigurato fosse uno sciacallo, ma studi genetici effettuati su un canide selvatico tipico dell’Egitto, hanno fatto concludere che possa trattarsi di una specie a sé stante, imparentata con il lupo grigio.

In ogni caso, Anubi è un mix tra cane, sciacallo, iena, volpe e lupo: tutti animali che vivevano nel deserto e che si assomigliavano. Alle rappresentazioni sotto forma di animale, verso la fine della II dinastia egizia, si sostituiscono raffigurazioni ibride che combinano uomo e animale.

Questa divinità è anche associata a un rito funebre affascinante e singolare: la psicostasia. Gli egizi credevano che negli inferi (Duat) il cuore dei defunti fosse pesato su una bilancia.

Se il peso del cuore equiparava o era più leggero del peso della piuma, il defunto poteva accedere ai campi Aaru. Se invece il defunto non superava la prova, il suo cuore veniva divorato da Ammit.

La pesatura del cuore è un rito che mi ha colpito moltissimo quando ne sono venuta a conoscenza e mi chiedo: quanti tra noi esseri umani potrebbero passare un esame così severo?

In copertina: Psicostasia. Libro dei morti di Ani, c. 1275 a.C.

Libitinario: l’antico impresario di pompe funebri

Ho scoperto per caso il termine libitinario, cioè impresario di pompe funebri; si tratta di una voce dotta che deriva dal latino libitinarius e da Libitina, la dea dei funerali.

Libitina era una divinità della mitologia antica ed arcaica romana e preromana; il suo compito era gestire i funerali e occuparsi dei doveri e dei riti relativi ai morti. Considerate le sue mansioni, le si attribuiva un aspetto inquietante e diverse analogie con la dea Proserpina (sposa di Plutone e regina degli Inferi).

A Libitina erano dedicate due porte: la “Libitina” usata per rimuovere le salme dei poveri o dei condannati; la “Libitinensis”, al Colosseo, da cui entravano i gladiatori e le bestie feroci e venivano portati fuori i gladiatori uccisi durante gli spettacoli circensi.

Il nome Libitina derivava da libare, cioè dalle libagioni che si versavano all’atto del seppellimento del defunto; questa dea, probabilmente, apparteneva alla cerchia dei Novensidi (lat. Novensĭdes o Novensĭles divi) un gruppo di divinità romane il cui nome contiene la parola novus, in quanto erano dei importati, e si contrapponevano a quelli indigeni oppure si riferiva al termine nove: numero considerato sacro.

Dopo Servio Tullio, la dea Libitina ebbe un santuario a lei dedicato, collocato vicino a un bosco sacro. Il sito preciso non è noto, forse nella zona dell’Aventino o dell’Esquilino; qui si riunivano gli impresari di pompe funebri: libitinarii che registravano sui loro libri tutti i decessi.
Nel santuario erano conservati tutti gli strumenti usati per le sepolture e gli oggetti necessari per un funerale, ed era obbligo lasciarvi una moneta, quando si celebrava un rito funebre.

La dea Libitina fu oggetto di un vasto culto a Roma e fuori Roma: ad Anagni esisteva un suo tempio che oggi è la chiesa della Madonna del Popolo.
Nell’antica Roma, a lei si rivolgevano streghe e fattucchiere che le tributavano: vino, focacce e latte.

Dopo la morte c’era la convinzione che ci fossero destini diversi per le persone empie e per quelle sagge: le prime erano destinate a scomparire nelle nebbie del Tartaro, mentre le seconde, si immaginava tornassero alla terra o passassero attraverso Libitina considerata la porta di accesso a un altro mondo.

L’isola dei morti: un dipinto enigmatico e pieno di fascino

isola dei morti dipinto enigmatico e pieno di fascino


Morte e sogno sono spesso associati nell’arte e nella poesia e il loro connubio in molti casi dà vita a opere enigmatiche e cariche di simboli.

L’isola dei morti (Die Toteninsel) appartiene a questo tipo di opere.
Si tratta di un dipinto che con lo stesso nome è stato riprodotto con delle varianti per ben cinque volte da Arnold Böcklin, pittore, disegnatore, scultore e grafico svizzero, uno dei principali esponenti del simbolismo tedesco.
I dipinti sono stati realizzati tra il 1880 e il 1886 e sono conservati in vari musei europei e americani.

Il titolo originale della prima versione dell’opera era: “Un luogo tranquillo” e fu richiesta a Böcklin da Alexander Gunther, un mecenate ricco e misterioso.
Non è nota la fonte da cui trasse ispirazione il pittore, forse da un sogno o da un luogo reale; in ogni caso, il dipinto affascinò molte persone tra cui Marie Berna, contessa di Oriola che chiese a Böcklin di realizzarne altre quattro varianti. Nelle riproduzioni, l’artista ha modificato i colori, diversi dettagli e le condizioni di luce.

Quest’opera di Böcklin ha ispirato molti pittori famosi (Giorgio De Chirico, Fabrizio Clerici, Karl Wilhelm Diefenbach e Salvador Dalí) e, nel tempo, è stato riprodotto almeno un centinaio di volte.

L’isola raffigurata dal pittore emerge al centro di uno specchio d’acqua immobile. Alte pareti di roccia si innalzano a racchiudere un gruppo di cipressi; la macchia verde scura degli alberi si contrappone al chiarore della pietra attorno. Nell’acqua c’è una barca che si avvicina all’isola; a bordo, ci sono due figure di spalle: una conduce l’imbarcazione ed evoca la figura di Caronte (il traghettatore delle anime dell’inferno di Dante Alighieri); l’altra, in piedi, avvolta in abiti bianchi che le ricoprono la testa, le spalle e il resto del corpo, è di fronte a una bara che è guarnita da festoni ed è collocata di traverso sulla prua della barca.

Oltre ad aver acceso la fantasia di molte persone, questo dipinto, nelle sue varie riproduzioni, è stato oggetto di molte interpretazioni, riguardo ai luoghi che potrebbero aver ispirato l’artista (il cimitero degli inglesi di Firenze o alcune isole del Mediterraneo), ma anche per ciò che rappresenta, probabilmente il lutto e il dolore del pittore per la morte dei suoi sei figli.

Anche ignorando qualsiasi informazione riguardo all’artista o all’opera, non si può restare distaccati di fronte a questo dipinto che, nonostante le tante interpretazioni, mantiene intatto il suo fascino enigmatico, e mentre l’occhio spazia a osservare gli alberi, le rocce e l’acqua immobile, mi chiedo quali parole potrebbero rivolgersi le due figure anonime unite da questo ultimo e misterioso viaggio.


In copertina: il terzo dipinto della serie, realizzato nel 1883 su richiesta di Fritz Gurlitt, mercante d’arte che gli diede il nome “Die Toteninsel”.

2 novembre: i sepolcri, ricordo tangibile dei nostri cari defunti

2 novembre: i sepolcri, ricordo tangibile dei nostri cari defunti

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
Confortate di pianto è forse il sonno
Della morte men duro?


Il 2 novembre la Chiesa cattolica ricorda tutti i defunti. In questa occasione, mi sembra opportuno riflettere sulla consuetudine di commemorare i defunti attraverso l’edificazione di monumenti funebri e per farlo mi appello alla singolare domanda retorica con cui Ugo Foscolo apre la sua opera: “Dei Sepolcri” e alle risposte che offre ai suoi lettori.

Prima però, bisogna conoscere un antefatto.
Foscolo decise di mettere mano al suo carme dopo aver avuto una discussione con Ippolito Pindemonte (poeta, letterato e traduttore dell’Odissea) nel salotto letterario di Isabella Teotochi Albrizzi.
L’argomento della discussione era l’editto di Saint Cloud. Emanato da Napoleone nel giugno 1804 ed esteso nel 1806 all’Italia aveva l’obiettivo di regolamentare la pratica delle sepolture.
Secondo il nuovo decreto, i cimiteri sarebbero dovuti sorgere fuori delle mura cittadine e le tombe avrebbero dovuto essere tutte uguali e prive di iscrizioni.

In sostanza, con questo editto si mirava a raggiungere due finalità: una di tipo igienico-sanitario (evitare la consuetudine di collocare i corpi dei defunti nelle chiese, con conseguente diffusione di terribili olezzi e malattie); l’altra di tipo ideologico-politico, poiché le tombe avrebbero rispettato il principio rivoluzionario di uguaglianza (si eliminava qualsiasi differenza tra i morti).

Foscolo era materialista e ateo, all’inizio non si interessa alla questione che invece scatena un coro di proteste in Italia. Successivamente, si schiera contro l’editto, anche se i motivi, però, sono diversi da quelli dei cattolici che danno alla sepoltura nelle chiese un significato di prestigio spirituale.
Foscolo sostiene che è importante distinguere le tombe, non perché questo giovi in alcun modo alla persona scomparsa, ma perché il sepolcro consente la “sopravvivenza” dei defunti, attraverso il ricordo di chi è ancora in vita. Inoltre, le tombe di personaggi che hanno compiuto grandi gesta rappresentano un segno, un lascito per le generazioni future.

Io credo che preservare la memoria dei defunti sia prima di tutto un segno di civiltà e ritengo che per molti sia un modo per continuare un dialogo con le persone scomparse, alleviando al contempo il dolore per la perdita, grazie alla presenza di un luogo fisico dove il ricordo del defunto resta intatto, finché qualcuno si prende cura del suo sepolcro.

Viaggi nell’oltretomba: il mito di Orfeo ed Euridice

L’oltretomba e la vita dopo la morte hanno avuto sempre un notevole fascino e stimolato la curiosità e l’immaginazione di pittori, scrittori e musicisti.

In un interessante e struggente mito, quello di Orfeo ed Euridice, si parla appunto di uno di questi viaggi nell’aldilà; la motivazione del protagonista ad affrontare tale pericoloso viaggio è quella di recuperare la propria consorte scomparsa.

La giovane ninfa, Euridice, è stata morsa da un serpente e Orfeo preso da grande disperazione decide che non può vivere senza di lei, per questo si risolve a scendere nell’Ade e a riportare con sé la sua sposa.

La musica che Orfeo trae dalla sua lira è talmente potente e incantatrice – tanti sono gli esempi nella vita dell’eroe che ne dimostrano l’efficacia – da vincere le resistenze di Caronte che lo traghetta sull’altra sponda dello Stige; anche Cerbero e i giudici dei morti si arrendono alle sue note e lo fanno passare.

Orfeo vince ogni resistenza con il potere della sua musica, resiste persino ai ripetuti assalti delle anime dei dannati che tentano di aggredirlo mentre procede nel suo viaggio, ma l’amore lo sostiene e le sue melodie lo rendono invincibile. Finalmente, giunge in presenza di Ade e Persefone per perorare la sua causa.

La disperazione e il dolore per la perdita dell’amata Euridice che Orfeo mette in musica riesce a commuovere i signori degli inferi che concedono all’amato di riportare con sé la sua ninfa, ma a una condizione…

Orfeo non dovrà voltarsi a guardare la sua sposa fino a che non saranno usciti dal regno dei morti.
I due amanti si incamminano, ma quando giungono in prossimità dell’uscita, il povero Orfeo, consumato dai dubbi, dal desiderio e dal timore, non resiste e infrange la promessa, si volta, e la sua sposa è perduta per sempre.

L’aldilà ha sempre affascinato l’uomo che per generazioni ha cercato di immaginarlo e rappresentarlo e molte sono state le versioni letterarie e persino quelle pittoriche che hanno cercato di immortalare questo regno dell’ignoto.

L’uomo è affascinato da ciò che non conosce e da tutto ciò che non riesce a comprendere o è impossibilitato a raggiungere, almeno in questa vita, e ciò indubbiamente è un carburante molto potente per l’immaginazione.

Che cosa ci può essere di più affascinante per la creatività di un luogo che la religione, la filosofia e il mito hanno cercato di rappresentare, ma che, a conti fatti, nessuno che sia ancora in vita può davvero descrivere né per sommi capi né tanto meno in modo dettagliato?

Requiem: il riposo eterno che ha ispirato i più famosi compositori

Sapevate che alcune delle più belle pagine di musica sono state composte per le messe dei defunti?

I compositori non hanno di certo disdegnato le messe celebrate in memoria dei defunti; i testi del rito liturgico della Chiesa cattolica hanno ispirato pagine di musica davvero memorabili ed è interessante approfondire questo particolare argomento.

Innanzitutto, il termine Requiem (o Messa da Requiem) deriva dalla prima parola della frase latina “requiem aeternam dona eis Domine” (“l’eterno riposo dona a loro, o Signore”, preghiera d’invocazione per i defunti, derivata dal IV libro di Esdra – capitolo II, versetti 33-48 ) tratta dall’Introito della messa per i defunti.

La Messa da Requiem è una messa celebrata per il riposo eterno dell’anima di un defunto; la sua struttura liturgica si differenzia da quella di una messa normale: mancano il Gloria e il Credo; l’Alleluia, è sostituito da un Tractus (Tratto); in aggiunta, è presente la sequenza Dies irae, attribuita a Tommaso da Celano.

In sostanza, la Messa da Requiem è composta da 9 sezioni:
introito (Requiem)
kyrie
graduale
tratto
sequenza (Dies irae)
offertorio
sanctus et benedictus
agnus Dei
communio (Lux aeterna)

La struttura musicale della Messa da requiem ha la particolarità di includere, accanto ai brani dell’Ordinarium (Kyrie, Sanctus, Agnus Dei), anche quelli del Proprium (Introito, Graduale, Tratto, Offertorio, Communio), questi ultimi, di regola, variano in relazione al tempo e alle festività nel corso dell’anno liturgico, nella Messa da Requiem, invece, presentano un testo fisso.

I testi dei riti cattolici possiedono una notevole drammaticità, questa ha ispirato molti compositori, in varie epoche, per questo esistono Requiem di diverso stile che spesso utilizzano melodie liturgiche tradizionali.

Come genere sacro, il Requiem fu praticato sin dal Quattrocento; nel Cinquecento, troviamo esempi di Requiem polifonici composti da P. de La Rue, C. Morales, G.P. da Palestrina, O. di Lasso; dal Seicento in poi, l’interesse dei compositori si focalizza in particolar modo sulla drammaticità del “Dies irae“.

Tra i Requiem più famosi ricordiamo quelli di W. A. Mozart, L. Cherubini, H. Berlioz, A. Dvořák, G. Verdi; su testi biblici, non coincidenti con la liturgia cattolica: il Deutsches Requiem di J. Brahms e i Requiem Canticles di I. Stravinskij.

Dedichiamo un breve approfondimento alla Messa di requiem in Re minore K 626 di Mozart, non solo per la bellezza della composizione, ma anche per alcuni aspetti singolari legati alla sua stesura.

Il Requiem è l’ultima composizione di Mozart; rimase incompiuta per la morte del suo autore (5 dicembre 1791) e fu completata solo successivamente dai suoi allievi, in particolare, dall’amico e allievo F. X. Süssmayr.

Ovviamente, la natura dell’opera e la concomitanza della morte del suo autore, proprio durante la sua realizzazione, favorirono la nascita di diverse leggende e ipotesi più o meno fantasiose legate alla stesura del Requiem.
In effetti, certi fatti, successivamente svelati, hanno contribuito a creare un alone di mistero attorno al Requiem, al suo committente e alla morte del compositore.

In Vite di Haydn, Mozart e Metastasio, Stendhal fa riferimento a un anonimo committente che giunse a casa del compositore di notte, mascherato e con indosso un mantello scuro.
L’uomo incaricò Mozart, malato e caduto in miseria, di comporre una messa da requiem, in sole quattro settimane, per il compenso di cinquanta ducati.

Stendhal sosteneva che Mozart avesse cercato di scoprire chi fosse il misterioso committente, non riuscendo nel suo intento, il compositore, stanco e malato, si era convinto che l’uomo fosse in realtà un emissario dell’aldilà che, in pratica, gli aveva commissionato la stesura della sua stessa messa da requiem.
Allo scadere delle quattro settimane, l’uomo misterioso tornò da Mozart e gli offrì altri cinquanta ducati e altre quattro settimane per completare il Requiem non ancora terminato, ma, inutilmente, perché Mozart morirà, lasciando incompiuta la sua opera.

E ora passiamo all’opinione degli storici.
Secondo Piero Melograni, l’intermediario era quasi certamente Johann Puchberg, abituale creditore del Maestro. Egli commissionò il Requiem su incarico del conte Franz Xaver Walsegg-Stuppach, un aspirante compositore.
Il compenso stabilito era di 400 fiorini (non 100 ducati come scrisse Stendhal). Si trattava di una cifra sostanziosa, del resto, Mozart sapeva che il committente avrebbe spacciato per propria la composizione, purtroppo, il compositore non poté opporre un rifiuto: “perché debitore verso Puchberg di una somma notevolmente più alta”.
Il conte aveva l’abitudine di trascrivere di suo pugno le partiture che si era procurato di nascosto, poi, per la loro esecuzione faceva trascrivere le singole parti dal suo manoscritto.
Per quanto riguarda il motivo per cui il Requiem fu commissionato, il conte con esso voleva rendere un estremo omaggio a sua moglie che aveva perso da poco.

In merito alla diatriba su le parti scritte da Mozart e quelle invece aggiunte dai suoi allievi, pare che l’unica parte del Requiem che Mozart scrisse per intero fosse l’Introitus Requiem Aeternam.

Alla fine, le leggende e i fatti comprovati hanno poca importanza di fronte alla bellezza e alla drammaticità del Requiem, li dimenticherete presto: all’ascolto delle prime battute di quest’opera immortale.

foto copertina: Autografo del Requiem K 626 di W. A. Mozart – inizio del Dies Irae e ritratto postumo di Wolfgang Amadeus Mozart di Barbara Krafft (1819)