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Catabasi: il viaggio compiuto dagli eroi (e da un poeta) nel regno dei morti

Il termine “catabasi” ha origine dal greco “katábasis”, che significa “discesa”. È composto da katá “giù” e básis “cammino”.

Il termine “catabasi” ha origine dal greco “katábasis”, che significa “discesa”. È composto da katá “giù” e básis “cammino”.

In origine, la parola catabasi molto probabilmente indicava uno scendere giù dalle terre interne verso la costa, ma il significato che ha acquisito successivamente è quello di discesa agli inferi, non solo delle anime morte che raggiungono il mondo sotterraneo dell’oltretomba, ma soprattutto fa riferimento al viaggio delle persone vive nell’Ade.

Si tratta di un luogo comune che ricorre nella letteratura a più riprese e con esempi famosi.
La prima descrizione di catabasi è la “Discesa di Ištar negli Inferi”, racconto della mitologia mesopotamica.
In Occidente, invece, il primo esempio di catabasi si trova nell’XI libro dell’Odissea, qui l’eroe che si avventura fino alla soglia del regno dei morti, per incontrare Tiresia e conoscere il suo destino, è Ulisse.

Ci sono anche diversi esempi famosi di catabasi nella mitologia greca, ad esempio, quella di Eracle, durante la sua ultima fatica, e quella di Orfeo, disperato per la morte della sua amata, Euridice.
Le discese agli inferi non finiscono qui, infatti, Publio Virgilio Marone (70 a.C.-19 a.C.), nell’Eneide (VI libro), fa compiere ad Enea un analogo viaggio nel regno dei morti, intrapreso per incontrare suo padre, Anchise.

Nel poema epico latino Pharsalia (o Farsaglia) – nota come De bello civili (“Sulla guerra civile”) o Bellum civile (“La guerra civile”) – di Marco Anneo Lucano (Cordova, 3 novembre 39 – Roma, 30 aprile 65) assistiamo invece a un’anabasi (“andare in salita”), non per niente quest’opera è considerata antivirgiliana per eccellenza. Nel poema di Lucano, la magia si sostituisce al mito e la catabasi, appunto, è ribaltata in anabasi.

Nella storia veniamo a sapere che il figlio di Pompeo, Sesto, si rivolge a una maga, Eritto, per conoscere l’esito dell’imminente battaglia di Farsalo.
Per ottenere tale vaticinio, la maga opera un rito di magia nera, con il quale richiama alla vita il cadavere di un soldato, il tempo sufficiente a narrare il fato dei pompeiani.
Il modello di Virgilio è ribaltato anche in questo: nell’Eneide, la Sibilla cumana accompagna Enea nel suo viaggio nell’oltretomba; nella Farsaglia, invece, troviamo un’orribile maga e la scena si svolge nei campi della Tessaglia, all’epoca considerati luoghi di notevole diffusione della magia.

Ovviamente, la catabasi più famosa resta la Commedia di Dante, dove troviamo l’autore dell’Eneide, Virgilio, nelle vesti di fido accompagnatore del poeta, ma solo per il tragitto tra Inferno e Purgatorio.
La differenza tra gli altri esempi di discesa agli inferi e il capolavoro di Alighieri non è solo il fatto che tutto il poema di Dante è una catabasi, mentre negli altri casi è solo un evento all’interno della storia generale. Quello che distanzia maggiormente la Commedia dalle opere precedenti è che, in queste ultime, l’eroe affronta il viaggio nell’Ade come un’esperienza personale, necessaria per compiere le proprie imprese, mentre per Dante, il viaggio nel regno dei morti è l’unico e vero scopo della storia: la catabasi non è un semplice espediente, bensì un cammino verso la salvezza.

In copertina: Dante e il suo poema, affresco di Domenico di Michelino nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze (1465)