La morte, il lutto, il ricordo ossessivo dei suoi defunti sono una costante nelle poesie di Pascoli, un’ombra che aleggia tra i suoi versi e si contrappone alle quiete delle immagini campestri, dove persino i fiori, gli uccelli, gli eventi atmosferici, e non solo questi, diventano simboli della caducità della vita e del male che infesta il mondo.

Giovanni Pascoli è una figura emblematica della letteratura italiana di fine Ottocento: grazie a lui e a Leopardi il linguaggio poetico si è profondamente arricchito.
Per quanto riguarda la sua formazione, Pascoli rientra nel positivismo, ma è considerato il maggior poeta decadente italiano. La sua vicinanza al decadentismo è evidente nelle tendenze spiritualistiche e idealistiche della sua produzione poetica.

L’opera di Pascoli è legata alla sua biografia, in particolare un evento ha segnato profondamente la sua vita e influenzato tutta la sua produzione poetica: l’omicidio del padre, a cui hanno fatto seguito altri lutti, la perdita della madre e di alcuni fratelli.
L’omicidio del padre è rimasto per il poeta una ferita aperta, un mistero, un’ingiustizia insanabile: il caso non sarà mai risolto.

La morte del padre influenzerà non solo il pensiero di Pascoli, convincendolo che la morte incombe sugli uomini, ma contribuirà a guidare molte scelte di vita del poeta che decise di vivere rinchiuso in se stesso, assorto nel rimpianto e nella nostalgia, e fu spinto a legarsi indissolubilmente ai luoghi della sua infanzia.

Pascoli visse concretamente e metaforicamente rinchiuso nella sua casa-nido. Il “nido” era un luogo caldo, accogliente, intimo, e ha rappresentato uno dei temi ricorrenti delle poesie di Pascoli. Esso simboleggiava la famiglia il cui calore proteggeva dalla violenza e dalla crudeltà del mondo esterno.
Inoltre, il nido era custodito dalla presenza dei morti che vigilano sui vivi e si assicurano che il nido che loro non possono più abitare sia conservato intatto dai familiari ancora in vita, ma il nido pone anche dei limiti: non può essere abbandonato e bisogna essergli fedeli.

La produzione poetica di Giovanni Pascoli è suddivisa in fasi e con il passare degli anni mostra un crescente incupimento. Il culmine di tale processo avviene nei primi anni novanta dell’Ottocento. Questo cambiamento può essere dovuto alla scelta di rinunciare all’amore, all’idea di formare una famiglia propria ma anche a motivi linguistico-espressivi: l’argomento luttuoso forniva l’opportunità di sperimentare nuove tecniche di linguaggio e di espressione.

In molte poesie di Pascoli, la morte è racchiusa in parole chiave, ripetute ossessivamente: mamma, dolore, pianto, morta, camposanto, campane, uccelli (specie quelli notturni); e non sempre compare in modo esplicito, a volte è nascosta tra le righe, collegata alla tristezza, alla malinconia e alla nostalgia.
Il rapporto di Pascoli con la morte è un rapporto complesso, per il poeta la morte è una presenza che incombe sugli uomini e al contempo ha un ruolo confortante e consolatorio; persino i cimiteri nella sua visione sono luoghi protetti: case che accolgono le persone – anche se defunte.

La morte e le tematiche funebri non sono comunque una peculiarità di Pascoli, infatti, la sua produzione poetica può essere affiancata a quelle di molti altri autori italiani e stranieri: Carducci, Poe, Hugo, che sono solo alcuni tra i tanti che si misurarono con le sue stesse tematiche.

Nelle poesie di Pascoli, al tema più o meno velato della morte, si contrappongono con un’aura positiva la campagna e la natura, che in molti casi sono le protagoniste dei versi.
Il poeta descrive piante e animali con grande competenza, ma nasconde dietro queste apparenti raffigurazioni di serenità, ombre e minacce che proiettano sulle scene agresti un’atmosfera angosciante e sinistra.

Pascoli amministra con abilità non solo il contrasto delle emozioni, ma gestisce con cura anche il crescendo delle tensioni: dalle serene immagini di vita campestre è in grado di passare a immagini opposte, raggiungendo un culmine negli ultimi versi, dove viene svelato il reale messaggio del poeta, un messaggio di morte e tristezza.

In alcune poesie è più evidente il rapporto tra vita e morte e tra immagini che inneggiano alla vita e palesi riferimenti alla morte. Ad esempio, la poesia “L’assiuolo” (da Myricae) è concepita attorno al mistero della vita che rimane un enigma insoluto.
In questa composizione poetica, il paesaggio tetro esprime malinconia, rinforzato dal “chiù” cadenzato dell’assiuolo che si ripete costante alla fine di ogni strofa.
Il verso del rapace notturno è il motivo conduttore su cui è costruita tutta la poesia: compare all’inizio come semplice voce; si trasforma in un singhiozzo; alla fine, muta in un pianto di morte.
Il verso dell’assiuolo, secondo le tradizioni popolari, era annuncio di disgrazie, ma ci sono nella poesia altri riferimenti alla morte: i “sistri d’argento” delle cavallette alludono all’al di là, al culto di Iside – dea della resurrezione.

Vita e morte si intrecciano anche ne “La bicicletta” (dai Canti di Castelvecchio).
In tutto il componimento, il significato delle cose non è mai dichiarato esplicitamente, ma leggendo tra le righe, scopriamo chiari riferimenti alla vita e alla morte: “la sveglia di un querulo implume” che si contrappone a “lo strepere cupo del fiume”; “un mare dorato di tremule messi” che si raffronta con i “neri cipressi”.
Se poi guardiamo all’intero componimento poetico, il viaggio del ciclista simboleggia la vita; la morte invece traspare negli ultimi versi della poesia: “Già cala/la notte”, l’arrivo dell’oscurità è un chiaro riferimento alla conclusione della vita.