I Testi dei sarcofagi consentivano al defunto di unirsi a “quelli che non muoiono” e permettevano all’anima di rinascere.

Le formule che componevano questi testi sono circa 1.185 e sono una guida per arrivare all’Amenti (Ament o Amentet: terra nascosta, cioè il regno dei morti). Alcune delle formule catalogate sono delle invocazioni alle divinità protettrici dei morti: Osiride, Anubi, Iside e molte altre.

I Testi dei sarcofagi sono formule funerarie prodotte per lo più tra il 2180 – 2055 a.C. (Primo periodo intermedio) e il 2055 – 1650 a.C. (fine del Medio Regno).
Derivano dai più antichi Testi delle piramidi ed erano scritti su sarcofagi lignei; la loro caratteristica innovativa è che esprimono desideri e timori del defunto.

Dopo il Primo periodo intermedio, periodo oscuro per la civiltà egizia, la comparsa dei Testi dei sarcofagi fu un segno di cambiamento: gli Egizi, finalmente, uscivano da un periodo di anarchia politica e religiosa che aveva influenzato religione e riti.

Il passaggio ai Testi dei sarcofagi decretò un’importante trasformazione sociale: ogni egizio che poteva permettersi un sarcofago poteva utilizzare le formule magiche rituali, per accedere alla vita eterna.
Fino a quel momento, il loro impiego era stato concesso solo al faraone che le faceva riprodurre sulle pareti all’interno della piramide. I Testi dei sarcofagi, evolvendosi, condurranno alla realizzazione del Libro dei morti.

Nonostante i nuovi principi religiosi che miravano all’uguaglianza degli uomini di fronte alla divinità, la rinascita non era ancora concessa a tutti: solo a chi poteva permettersi costose spese funerarie.
I Testi dei sarcofagi erano una sorta di manuale che forniva sostegno al defunto, per inoltrarsi nella Duat, ed erano la trascrizione dei Testi delle piramidi.

Per gli Egizi, il sarcofago (neb ankh: possessore di vita) era un oggetto magico ed era assolutamente necessario per lo svolgimento del rito funebre. La sua funzione era quella di proteggere il defunto per l’eternità. Il coperchio era il cielo, il fondo la terra, i lati i quattro punti cardinali.

Il defunto era deposto nel sarcofago con la testa posta a nord; il volto girato verso oriente, dalla parte dove sorgeva il sole. All’altezza degli occhi erano dipinti due udjat (Occhio di Horus) che permettevano al defunto di vedere all’esterno.

Sono giunti a noi alcuni sarcofagi: quello di Khnumhotep. Nel suo caso, i testi chiedevano offerte funerarie al defunto e la protezione divina; quello di Mereru, in cui sono presenti magnifici geroglifici azzurri eseguiti con grande meticolosità; quello di Iger, completamente decorato e rivestito di iscrizioni di colore nero in ieratico (forma di scrittura dell’antico Egitto usata nel quotidiano).

Nel caso i rituali magici non funzionassero, i Testi dei sarcofagi più ricorrenti iniziarono a citare i meriti del defunto: una vita ben spesa sembrò essere una garanzia maggiore di accedere alla vita eterna. Inoltre, nei testi il defunto comunica anche la sua speranza di essere ricordato da coloro che gli portavano offerte.

A volte, tra le offerte (formula 405) era presente anche il gioco del senet, un gioco da tavolo molto antico, simile al backgammon.
Il senet compare per la prima volta nell’Antico Egitto; ne esistono molti esempi rinvenuti nelle tombe del Medio e Nuovo Regno.
Questo gioco simboleggiava il legame tra la morte (il defunto che gioca) e la vita (avversario vivente).

In copertina: Senet, gioco da tavolo realizzato per Amenhotep III con cassetto scorrevole separato. Maiolica smaltata, ca. 1390-1353 a.C. (Brooklyn Museum, Charles Edwin Wilbour Fund)