Per il vostro ultimo viaggio portereste un libro come protezione e aiuto?

Ru nu peret em heru (Libro per uscire al giorno) è il titolo originale di un testo funerario egizio, più noto come il Libro dei morti.
Il suo uso risale al Nuovo Regno (1550 a.C. ca.) e consiste in una raccolta di formule magico-religiose. Per gli Egizi, pratica magica e religione coincidevano, per cui, pregare e compiere incantesimi erano per loro la medesima cosa.

Diversi sacerdoti egizi hanno contribuito alla stesura dei testi che compongono il Libro dei morti, il cui scopo era aiutare e proteggere il defunto nel suo viaggio verso l’oltretomba (Duat) che si riteneva gremito di ostacoli, tra cui, attraversare luoghi pericolosi e affrontare divinità sovrannaturali dall’aspetto terrificante.

All’inizio, le formule del Libro erano riprodotte sulle pareti delle camere funerarie o sui sarcofagi; più tardi, furono utilizzati rotoli di papiro che erano posti nei feretri con le mummie.
Quasi sempre le formule erano redatte in caratteri geroglifici o ieratici (corsivo dei geroglifici); in alcuni rotoli erano presenti illustrazioni che raffiguravano il viaggio ultraterreno del defunto.

La realizzazione di un papiro del Libro dei morti spettava agli scribi a seguito di una commissione. I committenti erano persone che volevano predisporre i propri funerali oppure i congiunti di qualcuno deceduto da poco.

Non esistono due esemplari identici del Libro dei morti; certe riproduzioni erano addirittura commissionate ad hoc e gestivano con grande libertà formule e frasi, scelte in base a quello che il committente riteneva utile per il proprio accesso all’aldilà.
Anche la lunghezza cambia notevolmente: il rotolo più lungo è di 40 metri (i rotoli si ottenevano unendo più fogli che variavano dai 15 ai 45 centimetri di lunghezza), altre versioni non superano il metro.

I primi testi funerari erano di esclusivo appannaggio dei faraoni, ma alla fine della VI dinastia, furono impiegati anche da alti funzionari e nobili.
Con il passare del tempo, i testi subirono un’evoluzione, si aggiunsero nuove formule (la formula 125, nota con il nome di Pesatura del cuore, comparve intorno al 1475 a.C.), comparvero illustrazioni e figure, i testi vennero riportati sui sarcofagi e chiunque fosse abbastanza ricco da poterselo permettere, poté aspirare all’immortalità, proprio come i faraoni.

Studiando le versioni dei Libri dei morti che ci sono pervenute, si riscontrano ben 192 formule, ma nessuno dei manoscritti finora ritrovati le contengono tutte.

Ciascuna formula aveva un ben preciso scopo rituale: alcune servivano a proteggere dalle forze malefiche del mondo dei morti; altre erano congegnate per aiutare il defunto a superare gli ostacoli che avrebbe incontrato nell’oltretomba. Si credeva che la forza delle formule si esprimesse nel momento in cui fossero recitate dal defunto, perché gli Egizi attribuivano alla parola (sia scritta sia pronunciata) un potere magico e creatore: pronunciare una formula magica era già un atto di creazione.

Il nome dell’autore originario delle formule del Libro dei morti non viene mai citato, ma è probabile fosse Thot (dio lunare della scrittura e della conoscenza).
L’ultimo utilizzo documentato del Libro dei morti risale alla metà del I secolo a.C.

Esorcizzare la morte, interrogarci sul mondo che è al di là di quello che conosciamo hanno rappresentato, oltre ai mille interrogativi che un tuffo nell’ignoto porta con sé, una delle preoccupazioni che si sono tramandate di civiltà in civiltà.

Credo che un prontuario che ci aiuti ad affrontare il viaggio che ci aspetta, qualunque esso sia, può essere un’interessante soluzione per aiutarci a raggiungere l’immortalità.
E voi, che cosa ne pensate?

In copertina: Libro dei morti di Ani: i Campi Aaru. British Museum, Londra.