Horus era tra le divinità egizie, una delle più antiche ed emblematiche.
Le sue origini si collocano in un momento indefinito della preistoria africana e il suo culto avrà fortuna: resisterà fino alla dominazione romana.

In origine, era il nume tutelare della “Città del Falco” (Ieracompoli) e la sua figura fu sempre in stretto rapporto con quella del faraone, considerato la manifestazione di Horus, in vita, e di Osiride, dopo la morte.

Solitamente, Horus era rappresentato come un falco (lanario o pellegrino), questo tipo di raffigurazione era la più antica oppure come un uomo con la testa di falco (ieracocefalo); a volte, era immaginato come un bambino nudo privo di capelli.

Per gli Egizi, gli animali erano esseri superiori e a livello rappresentativo più efficaci degli esseri umani, per questo motivo raffiguravano le divinità in forma animale.

Nell’antico Egitto c’erano molte specie di falchi, e non è facile distinguere quale tra questi rapaci fosse impiegato per raffigurare Horus, perché le rappresentazioni egizie erano piuttosto schematiche. In linea di massima, però, sembra si tratti del falco pellegrino (Falco peregrinus), soprattutto per una caratteristica di questo rapace: le piume scure sotto gli occhi che sembrano disegnare una mezzaluna che ricorda, appunto, il disegno dell’Occhio di Horus.

Molte divinità egizie avevano sembianze di falco (Sokar, Sopdu, Hemen, Horon, Dedun, Hormerti), ma Horus, nelle sue diverse raffigurazioni, occupò sempre il primo posto.

Anche il suo nome rimanda al falco: la trascrizione dai geroglifici di Horus è ḥr.w (falco), ed esistono anche altre definizioni: “il distante, il lontano” o “colui che è al di sopra, il superiore”, che rafforzano l’immagine del falco (per i suoi voli grandiosi nel cielo) o quella del sole.

Inoltre, nella forma femminile del nome di Horus: horet, si designava il cielo, così anche Horus assorbì tale significato e il suo occhio sinistro diventò la luna; il destro, il sole.

L’occhio del dio falco ha una sua breve e interessante storia: durante uno scontro con Seth, allo scopo di vendicare l’uccisione di suo padre (Osiride), Horus perderà l’occhio sinistro che, per fortuna, sarà risanato da Thot. Il dio ricostruì l’occhio pezzo per pezzo e per tale motivo, esso finì per rappresentare la luna che accresce le sue dimensioni notte dopo notte, di sempre nuove porzioni.

L’Occhio di Horus (o Oudjat) era anche un amuleto molto potente, gli Egizi lo indossavano perché credevano possedesse poteri magici e guaritori.

Horus compare spesso e con vari ruoli in diversi miti egizi, il più comune e conosciuto resta quello di Iside e Osiride; in questo mito, Horus, è il figlio della coppia divina e quindi, avversario di Seth, l’assassino di suo padre.

Il rapporto ambivalente di Horus e Seth rappresentava il contrasto eterno tra ordine e caos. Horus incarnava l’ordine e come il faraone fungeva da garante dell’armonia universale (Maat).

Gli Egizi consideravano l’universo come basato su un dualismo: uomo-donna, cielo-terra, ecc., e secondo tale visione, Horus e Seth erano i rivali ideali: il conflitto tra i due riassumeva tutti gli opposti, ma affinché l’armonia potesse vincere sul caos, Horus e Seth dovevano convivere in pace.

In ogni caso, il conflitto tra queste due divinità opposte non si riassumeva semplicemente nel classico scontro tra bene e male: le divinità egizie, infatti, erano molto più complesse di così. Seth, anche se incarnava la violenza, era anche il protettore di Ra, durante il suo viaggio notturno per far risorgere il sole. Per gli Egizi, bene e male non si contrapponevano, ma si completavano: erano i due aspetti fondamentali della creazione e convivevano entrambi nelle divinità.

Come la figura di Seth, anche quella di Horus era piuttosto complessa e il dio falco si vide attribuito un lungo elenco di titoli ed epiteti, alcuni piuttosto curiosi: Hor-Akhti (Horus dei due orizzonti), Hor-Hekhenu (Horus degli unguenti), Hor-Heri-Uadj (Horus che siede sulla pianta di papiro), Hor-Khenty-Irti (Horus con due occhi sulla fronte), Hor-Mesenu (Horus infilzatore), e molti altri ancora.

La mitologia; la molteplicità di divinità, con miriadi di connotazioni e ruoli; i rituali funebri; l’arte e ogni aspetto della cultura di questo straordinario popolo non sono altro che lo specchio di una civiltà incredibilmente complessa e profondamente equilibrata.

In copertina: la statua di Horus nel Tempio di Edfu, Egitto