“Acabar”, nella lingua spagnola, significa “finire”, mentre in sardo “accabadora” è colei che si prende cura della fine altrui.

Una particolarità, che per molto tempo è stata in qualche modo negata, è la presenza di questa figura, di “S’Accabadora“, che si presume abbia operato almeno fino agli anni ’70 del secolo scorso.

Se ne hanno testimonianze per lo più nelle memorie familiari e per via orale. Era colei che, in situazioni di malattia terminale, aiutava i moribondi a fare il loro ultimo passo (vi era anche la variante maschile, in Campidano, degli “Accabadoris“).

Sicuramente, il contesto socio culturale richiamava a sé pratiche altre, in mancanza di medicine che potessero alleviare le pene dei moribondi. il suo compito infatti, era quello di alleviare i dolori dei moribondi attraverso una fine rapida ed indolore, richiesta dai parenti stessi.

Solitamente vestita di nero, viene descritta dal Dottor Bucarelli, Medico legale ed antropologo criminale dell’Università di Sassari, come una donna molto sapiente per quanto concerne l’anatomia umana: difatti, tale figura era, ancora prima che Accabadora, levatrice.

Le ultime testimonianze si ebbero a Luras (1929) e ad Orgosolo (1959):

A Luras, in Gallura, l’ ostetrica del paese accabbò un uomo di 70 anni. La donna però non fu condannata, il caso fu archiviato. I carabinieri, il Procuratore del Regno di Tempio Pausania e la Chiesa furono concordi che si trattò di un gesto umanitario“.

Ad oggi, secondo alcune fonti a me vicine, il rito della vestizione rimane prerogativa della famiglia, possibilmente all’interno della propria abitazione.

In Gallura, è possibile visitare il Museo etnografico di Luras curato da Pier Giacomo Pala, che custodisce l’unico esemplare di “su mazzolu“, uno strumento ligneo di olivo che..sembra servisse per dare l’ultimo colpo, sul cranio, dei moribondi.

La tradizione sarda è ricca di curiosità in merito alle ritualità funebri e i riti di passaggio, a cui questa terra ha riservato un posto speciale nella sfera collettiva.

Il viaggio del defunto era caratterizzato da un codice rituale, teu, fatto di lamenti, urla e gestualità per lo più operato dalle donne.

Nelle prime ore dopo la morte, la cura del corpo era compito delle parenti più strette: la salma veniva detersa, vestita e riposta a fianco del focolare, sovente posta sul tavolo o su un catafalco velato da un lenzuolo, con i piedi rivolti verso la porta per agevolarne il trapasso.

Solo quando tutto era sistemato a dovere, compreso il riporre una piccola croce sul petto del defunto, allora i parenti potevano recarsi nell’abitazione per attuare ufficialmente la veglia funebre, accompagnata da nenie funebri e preghiere dette sottovoce (o silenziose), che nelle diverse aree  della Regione assume diciture diverse: “sa blslta“, “sa rla” o “krumplu“.

Gli uomini erano relegati in una stanza a parte, mentre le donne contemplavano la salma.

Il giorno della morte il vicinato aveva il compito di preparare pietanze per il pranzo dei dolenti, ecco che anche qui troviamo la porta di casa sempre aperta per le visite.

Al nono giorno, la famiglia si ritrovava per la “coena novendalis“, ritualità romana.

La sera dopo il seppellimento, i parenti si riunivano per un altro banchetto funebre, in questa occasione in certe zone dell’ Isola, erano d’obbligo le fave e le uova, antico piatto funebre di ispirazione greca, poi sostituito con sa “maccarronada” (maccheroni). Al settimo e nono giorno dalla morte, i familiari distribuivano ai vicini , agli amici e ai poveri; carne, pane, pasta (maccheroni). I pani che si distribuivano erano fatti con una farina particolare e detti “paneddas” o, in altre zone, “kokkas”.

Erano le prefiche le “addette” alle lamentazioni funebri e alle gestualità ritmiche che dovevano accompagnare il lutto, mettendo in enfasi la drammaticità dell’evento-morte per far sì che il defunto (che per tradizione sarebbe leggermente permaloso) placasse la sua ira con un lamento adeguato alla sua morte.

Anche il loro arrivo nell’abitazione seguiva un preciso rituale: capo chino, mani unite e viso teso, senza alcuno sguardo ai dolenti.

La tradizione sarda legata alle nenie funebri è rimasta viva sino a pochi decenni fa e tramandata per generazioni, nonostante l’elevato tasso di analfabetismo delle Donne.

Nenie che esplicavano la morte secondo la sua tipologia, che fosse invero naturale, traumatica (dove si invocava la vendetta). Il lamento iniziava con un grido molto forte e da lì, i pianti e le urla rituali da parte delle prefiche presenti.

Fino agli anni ’80, era possibile, a Sindia, chiamare delle prefiche professioniste.

Tra le letture consigliate, Michela Murgia,”Accabadora” (2009), Mondadori

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