Scritta molto probabilmente a cavallo tra il 1600 e il 1602, Amleto (The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark) è una delle tragedie di Shakespeare tra le più famose e maggiormente rappresentate.
Composta da ben 30.557 parole è la più lunga opera teatrale di Shakespeare.
Tradotta in quasi tutte le lingue esistenti, è ritenuta il capolavoro assoluto del drammaturgo inglese ed è una tra le più grandi opere della letteratura.

Per la trama dell’Amleto, sembra che Shakespeare abbia fatto riferimento all’ “Ur-Hamlet” (il prefisso Ur- in tedesco significa “originale”), un’opera teatrale di autore ignoto, della quale non ci è giunta alcuna copia. L’Ur-Hamlet fu rappresentata a Londra, al Burbages Shoreditch Playhouse, e sappiamo che tra i personaggi ce n’era uno di nome Amleto, mentre un altro era un fantasma che gridava: “Amleto, vendetta!

Di certo, per la sua tragedia, Shakespeare ha tratto ispirazione da una fonte del XII secolo: l’Historie Danicae Libri di Saxo Grammaticus. Nei libri III e IV di quest’opera sono contenute le vicende di Amleth, principe e poi re dello Jutland.

Successivamente, la storia di Amleto fu ripresa da François de Belleforest e inclusa come novella nelle “Histoires tragiques”, un’opera che ebbe molto successo, fu tradotta in inglese e da essa trassero ispirazione i drammaturghi dell’era elisabettiana.
La trama della novella è molto diversa da quella della tragedia di Shakespeare, purtroppo, non essendoci pervenuto il testo dell’Ur-Hamlet, non possiamo appurare le modifiche subite dalla storia nel suo passaggio dalla versione francese a quella inglese.

Altra fonte per l’Amleto fu la “Spanish Tragedy” di Tomas Kyd che presenta molte similitudini con la tragedia di Shakespeare. In entrambe le storie, Amleto si finge pazzo ed è presente la scena della rappresentazione teatrale voluta dal principe, per provocare suo zio e avere conferma che è lui l’assassino di suo padre.

Amleto chiede alla compagnia di attori di rappresentare il dramma “The Murder of Gonzago”. Questa scena non è inclusa né nel testo di Saxo Grammaticus né nell’opera di Belleforest e non è frutto di invenzione, bensì un fatto storico: nel 1538 il duca di Urbino Francesco Maria della Rovere, marito di Eleonora Gonzaga, fu ucciso con del veleno versatogli nell’orecchio, forse da un sicario del marchese di Castel Goffredo, Aloisio Gonzaga, cugino della moglie. Questo avvenimento si diffuse in Europa e di sicuro colpì Shakespeare che lo incluse nella sua tragedia.

Per creare il suo Amleto, Shakespeare ha attinto a diverse fonti, ma nonostante le similitudini con le opere già esistenti, solo grazie al suo genio, così come era avvenuto con Romeo e Giulietta, la vicenda si trasformerà in un’opera straordinaria.

In base a studi storici e annotazioni di riferimento, la tragedia di Amleto non è databile prima dell’anno 1600. Una prima prova è il fatto che l’Amleto non viene citato nell’elogio all’opera di Shakespeare contenuto nel “Palladis Tamia”, libro scritto nel 1598 da Francis Meres. In questo volume è presente una descrizione critica delle poesie e delle prime opere teatrali di Shakespeare e, considerato che l’Amleto ebbe subito un grande successo, il Meres l’avrebbe di sicuro citato, se fosse già stato messo in scena.
Non si hanno menzioni della tragedia shakespeariana né nel 1599 né nel 1600, mentre esiste un appunto di un docente di Cambridge, Gabriel Harvey, del febbraio 1601, che fa riferimento all’Amleto,: “I più giovani traggono grande diletto dal Venere e Adone di Shakespeare; ma la sua Lucrezia e la sua tragedia di Hamlet, prince of Denmark posseggono qualità atte a soddisfare persone di maggior discernimento”.

Un’altra annotazione che riguarda la tragedia di Shakespeare è del 26 luglio 1602: “a booke called the Revenge of Hamlett Prince Denmarke as yt was latelie Acted by the Lord Chamberleyne his servantes”. Questa nota si trova nello Stationers’ Register, un registro ufficiale compilato tra il XVII secolo e il XVIII secolo dalla Stationers’ Company (corporazione fondata nel 1403 a Londra, per difendere gli interessi degli stampatori e di tutte le persone che si occupavano della produzione di opere stampate), dove gli editori annotavano le opere che pensavano di pubblicare.

Dai documenti fin qui menzionati si evince che l’Amleto deve essere stato realizzato tra il 1600 e il 1602, mentre bisogna passare al’anno 1603 per la prima edizione a stampa dell’opera teatrale.
Dell’Amleto esistono tre edizioni primarie, piuttosto diverse tra loro, e da queste sono tratte le edizioni successive.

La prima edizione del 1603, detta Q1 (Q sta per “quartos” ossia in-quarto, il formato di tali edizioni), è poco attendibile ed è conosciuta come il “cattivo quarto” (bad quartos), poiché presenta molti tagli e contaminazioni da altre tragedie. Si suppone che questa versione sia una ricostruzione fatta a memoria da attori che avevano recitato la tragedia e poi l’avevano trascritta a insaputa della compagnia di Shakespeare. Questa versione si attiene alla trama a tutti nota, ma è più corta e il linguaggio è diverso.

La seconda edizione è del 1604 o 1605 (Q2). Questa versione è la più autorevole, ma manca nel testo buona parte della discussione tra Amleto, Ronsencrants e Guildernstern (Atto II, scena II). È invece presente la scena in cui Amleto viene rapito dai pirati, questa scena è assente sia nella prima edizione sia nelle fonti che hanno ispirato Shakespeare.

L’altra edizione è del 1611 (Q3) ed è una ristampa della precedente edizione.
Esiste anche un’importante edizione del 1623 (F, così chiamata da “folio”) inclusa in un volume che contiene tutte le opere di Shakespeare.
Questa versione differisce dalle edizioni che l’hanno preceduta: contiene scene che non sono comprese nella Q2; presenta molte correzioni e diversi tagli, specie per la parte di Amleto.
È piuttosto probabile che le modifiche apportate siano dovute alle minori capacità dell’attore che alla morte di Richard Burbage prese il suo posto e per un’esigenza pratica: abbreviare un testo troppo lungo per essere rappresentato.
Le edizioni moderne attuano un compromesso tra la Q2 e il testo in-folio.

Shakespeare con questa tragedia critica anche la situazione politica inglese e per sfuggire alla censura del regno ambienta l’Amleto in Danimarca. Nel XVII secolo la satira politica non era ben vista e i drammaturghi che “sgarravano” erano puniti severamente.

Il personaggio di Polonio sembra fosse una parodia di William Cecil (Lord Burghley, tesoriere e consigliere della Regina Elisabetta I). Polonio, uomo di stato più anziano, richiama il ruolo di Burghley, anche la fastidiosa verbosità di Polonio è simile a quella di Burghley. Inoltre, la relazione di Ofelia con Amleto si può paragonare a quella tra la figlia di Burghley con il Conte di Oxford, Edward de Vere.

Questa tragedia di Shakespeare ha avuto molta fortuna sui palcoscenici di tutti i paesi occidentali ed è ritenuta un testo cruciale per gli attori. Il monologo di Amleto (atto III, scena I) ha visto succedersi un’infinità di interpretazioni in tutto il mondo.

La tragedia di Amleto, pur muovendosi su uno schema tradizionale, è portatrice di modernità nel teatro. La storia prende vita dall’idea di una vendetta privata, tema che riscuote notevole successo nella grande stagione del teatro elisabettiano.
Inoltre, Shakespeare riprende elementi già utilizzati, come, l’apparizione di uno spettro che vuole vendetta, il giuramento di chi si assume l’onere di vendicare, la follia come mezzo di difesa. Nonostante queste usuali premesse, Amleto si distacca dagli esempi da cui trae spunto: in questa tragedia il concetto di vendetta privata viene allargato a un’indagine sui fondamenti della vita umana e soprattutto, sono trattati molti argomenti, valori e idee, come, l’esistenza del soprannaturale, il tema della morte e del suicidio.

Shakespeare, grande conoscitore dell’animo umano, descrive gli uomini in tutta la loro stupefacente complessità e Amleto, vitale e polivalente, smarrito e tormentato dal dubbio è indubbiamente uno dei suoi personaggi più veri e affascinanti, un uomo che cerca di comprendere l’essenza della vita, ma che si ritrova solo davanti alla sua coscienza.
I dialoghi di questa tragedia possiedono un’intensità difficile da rintracciare nel passato, di questa intensità ha merito soprattutto Amleto che gioca con le parole e dà alle sue battute significati molteplici, tanto da essere considerato uno dei personaggi più degni di attenzione nel panorama teatrale.

Emblematico della natura di Amleto è il famoso monologo, qui è affrontato il complicato dilemma che contrappone la scelta di morire all’impegno di vivere.
Gli uomini, seppur disperati, costretti a districarsi sotto i colpi della sorte, non riescono a condursi a quel passo che darebbe loro l’agognata libertà dall’angoscia quotidiana, perché come Amleto temono il “paese dopo la morte”.

Essere… o non essere. È il problema. Se sia meglio per l’anima soffrire oltraggi di fortuna, sassi e dardi o prender l’armi contro questi guai e opporvisi e distruggerli. Morire, dormire… nulla più. E dirsi così con un sonno che noi mettiamo fine al crepacuore ed alle mille ingiurie naturali, retaggio della carne!
Questa è la consunzione da invocare devotamente. Morire, dormire; dormire, sognar forse… Forse; e qui è l’incaglio: che i sogni sopravvengano dopo che ci si strappa dal tumulto della vita mortale, ecco il riguardo che ci arresta e che induce la sciagura a durar tanto anch’essa. E chi vorrebbe sopportare i malanni e le frustate dei tempi, l’oppressione dei tiranni, le contumelie dell’orgoglio, e pungoli d’amor spezzato e rèmore di leggi, arroganza dall’alto e derisione degl’indegni sul merito paziente, chi lo potrebbe mai se uno può darsi quietanza col filo d’un pugnale? Chi vorrebbe sudare e bestemmiare spossato, sotto il peso della vita, se non fosse l’angoscia del paese dopo la morte, da cui mai nessuno è tornato, a confonderci il volere ed a farci indurire ai mali d’oggi piuttosto che volare a mali ignoti? La coscienza, così fa tutti vili, così il colore della decisione al riflesso del dubbio si corrompe e le imprese più alte e che più contano si disviano, perdono anche il nome dell’azione
” (Amleto di William Shakespeare – traduzione di Eugenio Montale, da “Opere scelte” Mondadori editore, Milano 1981)

Nella tragedia di Amleto si agitano un’infinità di sentimenti e azioni, si assiste a un’analisi profonda dei segreti dell’anima e in essa sono rappresentate amicizie, affetti, odi, omicidi, tradimenti, complotti e pene d’amore. È un’opera teatrale che dischiude molti dubbi e domande e non offre né certezze né risposte, offre solo la vita da una prospettiva più ampia.

In copertina: Attori davanti all’Amleto di Władysław Czachórski (1875), Museo Nazionale di Varsavia