Categorie
Cultura letteratura miti e leggende

Il tumulo di Howard Phillips Lovecraft: una curiosa storia di orrore

Il tumulo è una storia dell’orrore scritta da Lovecraft per conto di una cliente Zealia Bishop tra il 1929 e il 1930. L’opera fu pubblicata solo dopo la morte dell’autore nel 1940.

Il tumulo è una storia dell’orrore scritta da Lovecraft per conto di una cliente, Zealia Bishop, tra il 1929 e il 1930. L’opera fu pubblicata solo dopo la morte dell’autore, nel 1940.

Il tumulo (The Mound) è un romanzo breve dell’orrore e il suo autore, Howard Phillips Lovecraft (1890-1937), introduce la storia con un preambolo, proprio come fece Edgar Allan Poe (1809-1849) ne “La sepoltura prematura” (The Premature Burial); lo scopo di tale introduzione è identica a quella di Poe: convincere il lettore che si sta per leggere una storia vera, narrata in prima persona da colui che l’ha vissuta e far crescere la curiosità di chi legge.

La vicenda inizia nella cittadina di Binger, nella contea di Caddo, nell’Oklahoma occidentale e, come già anticipa il titolo, ruota attorno a un tumulo, enorme, a circa un terzo di miglio dal paese.
Alcuni abitanti del luogo sostenevano che questo singolare terrapieno fosse naturale, altri credevano fosse un luogo di sepoltura o un colle per cerimonie rituali, edificato da tribù preistoriche.

Il narratore, un etnologo, si reca sul posto per studiare e trascrivere una storia locale sui fantasmi, probabilmente ispirata da una leggenda indiana, in base alla quale esisteva un tumulo infestato da due indiani: un vecchio che camminava dall’alba al tramonto e una squaw decapitata che compariva solo di notte, insieme a una torcia azzurra che bruciava fino al mattino.

Diversi cercatori si erano avventurati – rigorosamente nelle ore diurne – sul tumulo per studiare quel curioso fenomeno, ma non avevano riportato alcun risultato utile: il vecchio indiano scompariva in modo misterioso e non c’era nulla degno di nota da riferire. Non tutte le ricerche però erano state prive di conseguenze. Alcuni cercatori non avevano più fatto ritorno; altri avevano pagato in modo salato la loro curiosità: erano tornati cambiati, menomati nel corpo o nella mente, distrutti per sempre.

I loro resoconti erano confusi ma concordavano su alcuni punti: gli esseri che li avevano catturati erano crudeli e invincibili; chiunque doveva stare lontano dal tumulo; nel sottosuolo accadevano cose terribili e inenarrabili.

Nonostante i racconti delle disavventure dei precedenti cercatori e i numerosi tentativi di dissuaderlo dal suo intento, il narratore della storia intende scoprire il segreto del tumulo.
Come prima cosa si reca da Aquila Grigia, un vecchio saggio indiano che sembra avere più informazioni sul mondo sotterraneo. L’indiano lo avverte di lasciare in pace il tumulo, perché “c’è cattiva medicina. Tanti diavoli lì sotto: prende te se tu scavi. […] Se scavare, non tornare più indietro”.

Ma il narratore non cede, così il vecchio indiano, non riuscendo a dissuaderlo, prima di accomiatarsi da lui gli fa un dono: “un disco di metallo finemente lavorato di circa due pollici di diametro, che recava degli strani disegni”. Questo amuleto, che l’indiano gli mette al collo, dovrebbe proteggerlo dalla malvagità delle creature del sottosuolo che lui chiama gli “antichi”.

Gli abitanti della cittadina nei pressi del tumulo cercano di convincere l’etnologo a fare marcia indietro, ma l’uomo è determinato, e carico dei suoi fardelli parte per la sua spedizione solitaria – nessun cittadino si sarebbe mai spinto “oltre un metro da Binger verso il poggio solitario” – con la certezza che ogni sua manovra sarà sorvegliata da ogni punto della cittadina, da un drappello di binocoli e cannocchiali.

Arrivato sulla cima del tumulo, dopo che il solito indiano è scomparso in modo repentino, il narratore passa una certa quantità di tempo a misurare e ispezionare il luogo, avvertendo un sentore di minaccia.
Sulla cima, di vaga forma ellittica, l’erba alta è accompagnata da fitti cespugli, privi di qualsiasi passaggio umano. Tutto risulta all’occhio, come se quel luogo non sia mai stato calpestato da anima viva.

Lavorando di machete, l’etnologo sfoltisce il sottobosco e dopo lunghe e stancanti ore di lavoro, scopre, verso il lato nord del tumulo, una piccola depressione concava, sulla quale decide di concentrare i suoi sforzi. Intanto, il talismano al suo collo sembra attratto verso il basso; l’uomo riprende a scavare e ben presto, trova una superficie più dura: è un oggetto cilindrico dello stesso metallo dell’amuleto; liberatolo dalla terra l’etnologo scopre che è rivestito da inquietanti e terribili incisioni.

Una volta aperto il contenitore, trova una pergamena, scritta in spagnolo antico. È il resoconto di un tal Panfilo de Zamacona y Nuñez, gentiluomo di Luarca, nelle Asturie, sul Mondo Sotterraneo di Xinaian, datata 1545.
Al tramonto, l’etnologo torna a Binger con il misterioso cilindro e durante la notte si dedica alla traduzione del vecchio manoscritto.

A dar retta alle parole dello spagnolo, quattro secoli prima, era riuscito, grazie alle indicazioni di un indiano, a trovare l’entrata per il mondo sotterraneo.
I passaggi verso questo mondo oscuro e terribile erano rimasti aperti, perché gli Antichi che abitavano nel sottosuolo – esseri malvagi, demoniaci e nemici degli uomini – erano per metà di carne e per l’altra metà spiriti, e avevano bisogno di respirare, quindi, di aria per vivere.
Gli Antichi venivano dalle stelle o da un luogo al di là delle stelle ed erano i progenitori degli uomini. Non potendo vivere in superficie, avevano costruito le loro città d’oro massiccio nel sottosuolo.

Zamacona aveva intrapreso il suo viaggio da solo: l’indiano si era rifiutato categoricamente di seguirlo.
Dopo aver percorso per un tempo indefinito una lunga serie di tunnel e cunicoli, e aver attraversato grotte e stretti passaggi, era giunto nel mondo sconosciuto di cui l’indiano gli aveva parlato.

Aveva continuato a camminare e a un certo punto, si era trovato davanti a un boschetto. Aveva scorto un cancello e lo aveva attraversato, poi aveva percorso un sentiero ed era giunto in vista di una sorta di tempio, dove trascorse la notte. Fu svegliato da un perentorio bussare e liberati i battenti si ritrovò davanti una delegazione degli abitanti di quello strano mondo che scoprì: comunicavano telepaticamente.

Zamacona conobbe attraverso i loro racconti molte delle usanze e delle singolarità di quel popolo, come, il fatto di poter scegliere di essere immortali e giovani per sempre; la facoltà di riuscire a smaterializzare se stessi e gli oggetti che li circondavano. Purtroppo, gli fu anche detto che non avrebbe più potuto tornare nel suo mondo: gli Antichi temevano incursioni degli abitanti del mondo esterno, se avessero saputo della loro esistenza.

Il primo impatto con gli Antichi fu quindi amichevole e Zamacona partì in loro compagnia per recarsi nell’unica città ancora abitata. Lungo la strada, ammirava le curiose architetture delle città e dei templi abbandonati, ma provò anche disappunto per gli schiavi mutilati e dall’aspetto aberrante.
Più tardi, Zamacona scoprì che le mutilazioni degli schiavi erano dovute a singolari esigenze degli Antichi che, per combattere la noia, avevano modi piuttosto discutibili di divertirsi e di passare il tempo.
Quando finalmente giunsero a destinazione, lo spagnolo rimase molto colpito dalla città di Tsath, enorme e brulicante di attività.

Zamacona, trascorse quattro anni nel regno sotterraneo, avvertendo ogni giorno di più il desiderio di tornare in superficie.
Molto di quello che vedeva in quel luogo gli ispirava repulsione: la vita in quel mondo “era dettata da impulsi completamente al di fuori della sua portata”. Inoltre, percepiva che gli abitanti di Tsath erano una razza perduta, pericolosa, autolesionista e chiaramente, diretta verso la distruzione e l’orrore.

Zamacona tentò più volte di fuggire. Ciò non gli attirò le simpatie degli abitanti del sottosuolo, così, nell’attesa di un migliore piano di fuga, iniziò a scrivere il manoscritto, in spagnolo, per mantenere almeno un vago collegamento con il suo passato: l’uso della sua vecchia lingua.

Mentre il degrado aumentava e la razionalità di quegli esseri deviava verso il fanatismo, Zamacona tentò ancora la fuga, stavolta aiutato da una donna che aveva per lui una particolare infatuazione. Purtroppo, anche questa spedizione era destinata al fallimento. Zamacona fu perdonato di nuovo, ma solo perché non aveva ancora rivelato tutto del mondo in superficie, mentre la donna subì una pena terribile.
Lo spagnolo tentò ancora la fuga, ma questa ultima impresa non è riportata nel manoscritto.

Finito di leggere il resoconto di Zamacona, l’etnologo, incuriosito, e al tempo stesso dubbioso sull’attendibilità di quello scritto, torna sul tumulo, per cercare l’ingresso di quel mondo sotterraneo. Riesce a individuarlo, ma sarà testimone di una scioccante rivelazione.

.