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Foscolo: l’immagine rasserenatrice della morte, nella poesia “Alla sera”

Foscolo è l’autore del sonetto “Alla sera”. In questa poesia, il dileguarsi della giornata al crepuscolo richiama la morte che conduce alla pace e allontana dagli affanni della vita.

Foscolo è l’autore del sonetto “Alla sera”. In questa poesia, il dileguarsi della giornata al crepuscolo richiama la morte che conduce alla pace e allontana dagli affanni della vita.

Ugo Foscolo (Zante, 6 febbraio 1778 – Londra, 10 settembre 1827), poeta, scrittore e traduttore, è stato uno dei principali letterati del neoclassicismo e del preromanticismo.
È considerato uno degli esponenti letterari più importanti del periodo tra Settecento e Ottocento, in cui iniziano ad apparire in Italia le correnti neoclassiche e romantiche.

Foscolo fu esule per tutta la vita sia perché fu costretto ad allontanarsi dalla sua patria in giovane età sia perché la sua vita fu contraddistinta da viaggi e fughe per motivi politici.
Solo per un breve periodo tornò a vivere nel Lombardo-Veneto, poi, nel 1813, partì per un volontario esilio e pochi anni dopo morì, povero, a Londra.

Nel mese di aprile del 1803, Ugo Foscolo pubblicò “Alla sera”, poesia composta nei sei mesi precedenti la sua pubblicazione e inserita tra i dodici sonetti, denominati “Poesie”.
Come dice il titolo stesso, il sonetto è dedicata alla sera, fase della giornata che ispira al poeta una profonda meditazione sulla morte.

Questi dodici componimenti poetici, a livello espressivo, non sono omogenei: nei primi, si avverte un tono declamatorio; nei secondi, sono presenti i temi tipici del poeta e, preponderante, è la componente autobiografica, quella dell’esilio, delle illusioni, della patria greca, degli affetti familiari e della tomba illacrimata.

Il testo di “Alla sera” è cadenzato in quattro strofe ed è composto di quattordici versi, endecasillabi, strutturati in due quartine e due terzine; lo schema delle rime è ABAB, ABAB; CDC, DCD.
L’equilibrio di questo sonetto è conferito dalla diversità con cui il poeta ha costituito le quartine e le terzine. Le prime hanno un ritmo meditativo che si esprime nella lunga esclamazione iniziale e nella continuità della sintassi, garantita dai parallelismi “E quando… e quando…”.
Le terzine, invece, hanno una sintassi più animata e insistente, che si manifesta nell’uso di verbi di movimento, come: “vagar”; “vanno”; “fugge”.

A livello interpretativo, in “Alla sera”, Foscolo ci offre un’immagine di immobilità e silenzio, calata in una fase della giornata in cui le forme di vita sembrano dileguarsi nel crepuscolo, rappresentando il sopraggiungere della morte, nei versi, però, non si avverte alcun piglio drammatico, bensì una cullante dolcezza e serenità.

Il poeta contempla la sera, in un dialogo che sembra essere già in atto, ancor prima che sia pronunciato il primo verso. La bellezza di questo momento della giornata placa lo spirito ribelle di Foscolo, portando con sé una quiete paragonabile a quella della morte. Per il poeta la morte è un nulla eterno, un annullamento definitivo della vita; è un evento decretato dal destino, ma è anche uno stato di pace che pone fine alle sofferenze interiori degli esseri umani, e fugge anche il “tempo reo”, così definito forse perché nel suo scorrere crudele, porta con sé tumulti e affanni.

In questo sonetto si avvertono molte reminiscenze: alle “Odi” di Orazio (65 a.C. – 8 a.C.; poeta romano); alle “Georgiche” di Virgilio, nell’immagine del tempo che fugge. Ci sono echi del Petrarca (1304-1374) e persino, nel parallelismo tra stato d’animo e natura, un riverbero dello Sturm und Drang tedesco.

Foscolo aveva già affrontato in precedenza il concetto del nulla, ad esempio, nel carme “Al Sole”, del 1797, dove troviamo anche l’immagine della sera e come lui, altri poeti avevano creato associazioni simili con la notte, come Edward Young (1683-1765; poeta britannico) e Vincenzo Monti (1754-1828; poeta, scrittore, traduttore, drammaturgo e accademico italiano).

La contemplazione della sera e quindi, della morte, di cui questa fase della giornata non è che un riflesso, conduce il poeta a un’intuizione del tutto, di ciò che è vago e infinito, che non è più tempo, bensì poesia. In tal modo, l’annullamento e quindi, la morte non sono altro che il desiderio profondo di uscire dai confini e dalla limitatezza dettata dal tempo.

Forse perché della fatal quiete
Tu sei l’immago a me sì cara, vieni,
O Sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,

E quando dal nevoso aere inquiete
Tenebre, e lunghe, all’universo meni,
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme

Delle cure, onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.