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Curiosità Tanatologica(mente)

Le prefiche contemporanee

In Romania non tutti forse sanno che esistono le “Wailer“, donne invero che si presentano durante le cerimonie funebri di chi non conoscono per piangere forte, fortissimo.

In un’epoca dove stiamo riscoprendo l’importanza del pianto, permane comunque una sorta di taboo legato al non dover mostrare più di tanto le proprie emozioni per non “pesare” sugli altri nonostante, in realtà, il dolore ci stia devastando e lacerando dal profondo, e dove ci viene chiesto di esternarlo si, ma nella sua forma più intima e privata.

A quanto pare in giro per il mondo esistono ancora personalità e professioni legate alla figura antica della prefica, come le conosciamo noi in Italia sino agli anni ’70 del secolo scorso in Sardegna, Puglia, Calabri e Sicilia (ma non solo).

Credits: Roberto Brumat WordPress

Spostandoci verso la Romania scopriremmo che, con devota incredulità, esistono ancora forme di prefiche che seguono una tradizione molto antica ma capace di rimanere ben radicata nella contemporaneità.

A Romuli, nel nord più estremo della Romania esiste un villaggio di poche anime dove ancora oggi permangono i lamenti funebri durante le cerimonie.

La particolarità di queste prefiche, le Wailer per l’appunto sta nel presenziare ad ogni rito funebre della zona, senza che venga richiesto espressamente dalla famigli nè tantomeno richiedono del denaro a fine prestazione.

La prassi è chiara e segue una tradizione generazionale, secondo il testo “100 versi per i morti. Canti funebri per ragazze, bambini, donne e uomini” datato 1930 e a cui ci si ispira ogniqualvolta che vi sia necessità, magari rivisitandolo in base a ciò che la circostanza richiede.

Nulla è improvvisato, difatti: queste donne si trovano prima della cerimonia per preparare ad hoc la lamentazione tenendo conto della personalità del soggetto scomparso.

Credits: AnnidiArgento.it

A quanto pare quella di oggi risulta l’ultimissima generazione interessata a portare avanti la tradizione: le più giovani sono disinteressate a questo antico culto dedicato all’ultimo saluto ai Defunti, come se vi fosse una qualche sorta di “vergogna” nell’operare in questo ambito.

I più giovani hanno 60 anni, i più anziani 80, e di morte e dolore ne han visto e vissuto: il loro compito però è proprio quello di rendere più sopportabile – momentaneamente – l’addio accompagnandolo attraverso il canto ed il pianto rituale.

Le famiglie infatti ritrovano un momento di condivisione in una circostanza tanto dolorosa ed estenuante, quale quella dell’ultimo addio: la solitudine infatti, viene accantonata dall’armonia dei canti, seppur dolorosi.

E’ proprio la condivisione del lutto che manca alla società contemporanea, integrando effetti devastanti a livello psicofisico nel soggetto coinvolto nel lutto.

Si è, per l’appunto, perduto quel lungo filo legato alla tradizione che permetteva una condivisione del dolore e del supporto da parte della comunità.

Sembra addirittura, visto l’enorme vortice emozionale che colpisce gli Wailer, che siano soliti ritrovare in sogno le persone defunte a cui hanno dedicato il loro canto: un privilegio a cui non tutti sono destinati.

Di Beatrice Roncato

Tanatologa Culturale, Tanatoesteta e Cerimoniere Funebre