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“A mia madre” di Eugenio Montale: la morte e la forza del ricordo

Nella poesia “A mia madre”, Montale esprime la sua idea di immortalità che nella sua visione pagana della vita non è legata al divino, bensì alla forza dei sentimenti e del ricordo.

Nella poesia “A mia madre”, Montale esprime la sua idea di immortalità che nella sua visione pagana della vita non è legata al divino, bensì alla forza dei sentimenti e del ricordo.

Alla fine del 1942, anno in cui muore sua madre, Eugenio Montale (1896-1981) scrive la poesia a lei dedicata (“A mia madre”).
Questa lirica chiude la sezione “Finisterre”, una raccolta di poesie scritte tra il 1940 e il 1942; pubblicate clandestinamente a Lugano nel 1943, e successivamente, alla fine della guerra, comprese come prima sezione della raccolta “La bufera ed altro” (1956).

Nella poesia A mia madre, Montale sostiene che la donna supererà l’oblio della morte, solo grazie al ricordo che di lei resterà nelle persone che l’hanno amata e che sono ancora in vita.
Secondo il poeta, non si muore del tutto, se i propri cari continuano a ricordare i gesti che contraddistinguono ognuno di noi: “quelle mani, quel volto, il gesto d’una vita”.

Per Montale, convinto della proprio fede laica, a differenza di sua madre che credeva nell’esistenza dell’anima e dell’aldilà, la vita è solo quella terrena, umana, e se non si muore del tutto è solo perché ancora qualcuno conserva il nostro ricordo nella memoria.

La poesia A mia madre inizia con un’immagine dinamica, un volo di uccelli che si inquadra in un luogo preciso: “Ora che il coro delle coturnici / ti blandisce nel sonno eterno, rotta / felice schiera in fuga verso i clivi / vendemmiati del Mesco […]”.
Le coturnici (gallinaceo della famiglia fasianidi, detto anche pernice sassatile, dalle piume di color cenerino chiaro, collare nero, becco e zampe rossi), sono uccelli autunnali e qui servono a indicare la stagione in cui muore Giuseppina Ricci, così come fanno i pendii già vendemmiati, a “Punta del Mesco” (titolo di un’altra poesia di Montale, inclusa nella raccolta “Le Occasioni”), promontorio al confine ovest delle Cinque Terre e meta frequente delle passeggiate giovanili del poeta.

Nei versi successivi di A mia madre, il poeta, oltre a interrogarsi su ciò che resta di lei dopo la morte e sulla fede in cui lei confidava, esprime una preoccupazione: la donna ora è sola e priva di protezione, perché “la strada sgombra / non è una via”, cioè, secondo Montale, la strada, che secondo sua madre dovrebbe condurre all’aldilà, non esiste.

Per Montale, l’unico luogo ultraterreno che ci salva dall’oblio è il ricordo, e persino “la domanda che tu lasci è anch’essa / un gesto tuo, all’ombra delle croci”, cioè anche l’esortazione che la madre gli rivolgeva di non curarsi del corpo bensì dell’anima, non è che un altro tratto distintivo di lei che resterà fisso e indelebile nella sua memoria, e servirà a mantenerla viva.