“Memento mori” (ricordati che devi morire) è una nota locuzione latina che dalla civiltà greca è sfociata in quella romana, e da qui, alla cultura cristiana. Tuttora, è usata per ricordare a chiunque la brevità dell’esistenza.

L’espressione memento mori assimila tutte le espressioni filosofiche, letterarie e artistiche che pongono l’attenzione sulla brevità della vita e sull’ineluttabilità della morte.
Questo singolare monito risale al patrimonio letterario greco. I poeti lirici del VII secolo a. C. nei loro componimenti, creati per allietare i banchetti, inserivano il tema della precarietà dell’esistenza.
Il passo di collegare l’ineluttabilità della morte al simposio fu breve, ma si deve alla filosofia epicurea l’associazione definitiva tra piaceri terreni e consapevolezza della morte.

Dalla Grecia, il concetto sotteso al memento, passò nella cultura romana e qui assunse i noti termini latini con cui è stato tramandato fino ai nostri giorni.
Fu Tertulliano (scrittore romano, filosofo e apologeta cristiano, fra i più famosi del suo tempo) a testimoniare il singolare uso del memento mori nell’antica Roma.
Quando i comandanti, di ritorno da importanti vittorie venivano celebrati con cerimonie solenni che partivano dal Campo Marzio e giungevano fino al Campidoglio, uno schiavo sussurrava all’orecchio del vincitore Respice post te! Hominem te memento! (Guarda dietro di te! Ricordati di essere un uomo!).
Questa singolare usanza serviva a spegnere manie di grandezza e l’eventuale sorgere di superbie per i trionfi riportati in battaglia.

Successivamente, il memento mori fu trasferito con un certo successo nella pittura cristiana della controriforma. Le composizioni più utilizzate accostavano la raffigurazione di un teschio accanto a nature morte di fiori o frutta.

La fortuna del concetto non si arresta nel tempo, infatti, la voce latina “memento” (imperativo di meminisse “ricordare”, cioè, “ricòrdati!”) compare anche all’inizio di due preghiere che appartengono al canone della messa in latino:la “Commemoratio pro vivis” (all’inizio del canone) e la “Commemoratio pro defunctis” (dopo la consacrazione).

Memento compare anche tra le parole che il sacerdote cattolico pronuncia quando pone le ceneri sul capo del fedeli, durante la messa delle Ceneri: Memento homo quia pulvis es, et in pulverem reverteris (ricordati, uomo, che sei polvere, e in polvere ritornerai); da queste parole deriverà poi il “memento mori”, motto dei frati trappisti.

In contesti non religiosi, si usa la formula abbreviata “memento homo”, allo scopo di ammonimento ed esortazione a ricordare la brevità della vita.

In copertina: “Natura morta con teschio” (noto anche come “Vanitas con tulipano, teschio e clessidra”) di Philippe de Champaigne (1671), conservato nel Musée de Tessé di Le Mans (Francia)