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Lamentazioni o lamenti: interessanti forme musicali e poetiche

Le lamentazioni erano forme poetiche e musicali concepite per esprimere il dolore o il lutto. Sia in poesia sia in musica ne esistono molti esempi famosi.

Le lamentazioni erano forme poetiche e musicali concepite per esprimere il dolore o il lutto. Sia in poesia sia in musica ne esistono molti esempi famosi.

Troviamo lamentazioni o lamenti in vari testi antichi, come i Veda Indù e gli ebraici Tanakh, ne esistono alcuni esempi anche nell’Iliade e nell’Odissea di Omero.
Le “Lamentazioni” sono anche un Libro della Bibbia che fa parte del gruppo degli Agiografi (terzo gruppo di libri dell’Antico Testamento). I testi sono attribuiti al profeta Geremia, anche se potrebbero essere opera di più autori.
Le “Lamentazioni di Geremia” sono probabilmente di poco successive al 586 e precedenti al 538, auspicano il bisogno di tornare alla fedeltà dell’alleanza, condannano le pratiche idolatre e l’osservanza ipocrita dei rituali.

È però in ambito musicale che troviamo gli esempi più interessanti e numerosi di lamentazioni che mantengono nel tempo alcune caratteristiche fondamentali, mentre ne acquisiscono di nuove.
Sono un genere di musica vocale sacra, molto diffusa nei secoli XVII e XVIII, di cui abbiamo notevoli esempi di svariati autori: Tomás Luis de Victoria (1548 ca.-1611); Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525 ca.-1594); William Byrd (1539 o 1540-1623); Lodovico Grossi da Viadana (1564-1627); Gregorio Allegri (1582-1652); Girolamo Frescobaldi (1583-1643); Giacomo Carissimi (1605-1674); Maurizio Cazzati (1616-1678); Marc-Antoine Charpentier (1643-1704); François Couperin (1668-1733); Igor Stravinsky (1882-1971).

Il genere delle lamentazioni possiede una struttura precisa, associata alla sua funzione che è quella di esprimere la sofferenza, dovuta, solitamente, a delusioni personali, ma, principalmente, a pene d’amore.
Strutturalmente, il lamento è riconoscibile per la presenza di un basso ostinato, in pratica, un breve disegno musicale che si ripete nel brano a oltranza, come un pensiero ossessivo, un rovello di note che si ripresenta costante e non mostra alcuna alterazione nel ritmo e nell’altezza delle note.
Il tema del basso ostinato contiene una figura cromatica discendente (gli antichi esprimevano musicalmente il dolore con melodie che partivano dalle note acute e scendevano al registro grave) che in genere partiva dalla tonica per giungere alla dominante (es. in Do maggiore, la tonica è la nota Do, mentre la dominante è Sol); su tale base reiterata poggiava la parte vocale.

Le lamentazioni fanno parte delle nuove tendenze cinquecentesche che mostrano una particolare attenzione al rapporto tra musica e poesia. I musicisti in questo periodo cercano di dare visibilità sonora alle parole. Grazie a particolari procedimenti compositivi, riescono a trasporre musicalmente o addirittura graficamente, il significato del testo poetico nelle loro composizioni.

Un esempio molto famoso di lamentazione è l’aria “When I am laid in earth”, tratta dall’opera “Dido and Aeneas” (1689) di Henry Purcell (1659-1695). Qui compare il tetracordo cromatico discendente (sol – fa# – fa – mi – mib – re) che è ripetuto incessantemente e attorno a esso si muove l’intera aria.
Per questo particolare esempio possiamo già parlare di aria-lamento, cioè un pezzo musicale con una sua autonomia, aderente alle esigenze del testo. La voce di un solista si erge su un accompagnamento strumentale e attraverso questo monologo sonoro il cantante dilata il tempo della rappresentazione ed esprime la sua dimensione interiore.

Le lamentazioni compaiono anche nella musica tradizionale scozzese: si tratta di brani strumentali in forma di tema con variazioni, suonati dalle cornamuse.
Iniziano con un’aria lenta, caratterizzata da abbellimenti (nota o gruppi di note, accessorie, inserite nella linea melodica con funzione decorativa e/o espressiva) e terminano con la melodia ripresa in forma semplice. Solitamente, si componevano per celebrare un guerriero morto in battaglia.

In copertina: “La dama di Shalott” di John William Waterhouse, 1888, Tate Britain