Mercoledì 13 agosto 1952, nel torrido pomeriggio di un’estate senza pietà, Teramo visse uno dei momenti più bui della sua storia recente. Poco dopo le ore 17:30, Cesarina Monteverde, una donna di 45 anni, impiegata in un ufficio pubblico, di buona famiglia e dal portamento rispettabile, fu vista varcare il cancello del cosiddetto Palazzo dei Mutilati, in via Duca d’Aosta al civico 30. Era un edificio imponente, abitato da diverse famiglie, tra cui quella Saccomandi, presso la quale lavorava come domestica una giovane donna dal passato tormentato.
Cesarina non ne sarebbe più uscita viva.
Pochi minuti dopo il suo ingresso, un grido agghiacciante, prolungato e disperato, squarciò il silenzio afoso del cortile interno. Alcuni residenti e passanti lo udirono chiaramente provenire dagli ambienti della famiglia Saccomandi. Poi tornò il silenzio, interrotto soltanto dal ronzio incessante delle cicale e dai rumori lontani della città di provincia. Cesarina Monteverde era entrata, ma nessuno l’aveva vista uscire.
Iniziò così una ricerca angosciante che coinvolse prima i giovani del quartiere, poi il fidanzato della donna, Giorgio Gino Urbani, e infine le forze dell’ordine. Solo a tarda notte, quando i carabinieri e la polizia fecero irruzione nell’appartamento dei Saccomandi, si consumò la scoperta più macabra e raccapricciante: il corpo di Cesarina giaceva brutalmente seviziato, nascosto in modo maldestro dietro una pettiniera. Era stato colpito con 38 coltellate, di cui una sola risultò mortale. Nel tentativo disperato di occultare il cadavere, l’assassina aveva cercato di sezionarlo, recidendo le gambe e un braccio.
Era nata la leggenda della Squartatrice di Teramo, uno dei delitti più efferati e discussi della cronaca nera italiana del dopoguerra.
Elisa De Benedictis: dalla provincia emarginata alla “belva umana”
L’autrice di quell’orrore era Elisa De Benedictis, domestica di 28 anni (secondo alcune fonti intorno ai 28-30) al servizio della famiglia Saccomandi proprio all’interno del Palazzo dei Mutilati. Nata a Cermignano, piccolo centro in provincia di Teramo, Elisa aveva vissuto un’infanzia e un’adolescenza segnate da rigida moralità contadina e da un destino crudele.
Suo padre, soprannominato “Carminantò”, era un uomo severo e intransigente. Quando scoprì che la figlia, descritta come piuttosto bruttina, era rimasta incinta a soli 15 anni di Ercole Sanlorenzo, un commerciante sposato del luogo con moglie e cinque figli, la cacciò di casa senza pietà. Elisa, sola, disonorata agli occhi della comunità e incinta, salì su una corriera e si trasferì a Teramo nel 1941, dove iniziò a lavorare come domestica presso la famiglia Saccomandi.
Diede alla luce un figlio maschio, Berardo, che però fu affidato a un istituto. La sua esistenza divenne un susseguirsi di lavori umili, solitudine e poche speranze di riscatto in un’Italia ancora profondamente patriarcale e moralista del dopoguerra. Elisa appariva come una donna riservata, dal carattere forte e determinato, ma con un bagaglio di rancore e frustrazione accumulato negli anni.
Da tempo intratteneva una relazione intima e segreta con Giorgio Gino Urbani, vedovo attempato (intorno ai 52 anni) che frequentava la casa Saccomandi. Per Elisa quella relazione rappresentava forse l’unica possibilità di riscatto sociale ed economico: alcune ricostruzioni parlano di un vago “piano commerciale” che la donna sperava di realizzare insieme all’uomo.
Il triangolo fatale e il movente della gelosia ossessiva
Giorgio Gino Urbani (talvolta indicato anche come Giulio Urbani) era un personaggio complesso e ambiguo. Vedovo, aveva già vissuto altre tragedie familiari: la prima moglie, Pierina Slunter (o Slunder), era morta in circostanze mai del tutto chiarite qualche tempo prima, ed era stata proprio Elisa a curarla durante la malattia. Urbani aveva anche perso un figlio adottivo, Urbanino, morto di tubercolosi.
In città aveva la fama di “cultore di amori ancillari”, ovvero incline a relazioni con donne di servizio di condizione sociale inferiore. Quando iniziò a frequentare Cesarina Monteverde, donna più matura, di ottima famiglia, con stipendio, dote e un grado sociale superiore, Urbani sembrò intravvedere una sistemazione più conveniente. I due si fidanzarono ufficialmente.
Per Elisa fu un tradimento devastante. Si sentì usata, abbandonata e derubata del suo futuro. La gelosia, già ossessiva, si trasformò in una furia cieca e incontrollabile. Secondo la ricostruzione emersa durante il processo, Elisa attirò la rivale nell’appartamento dei Saccomandi con un pretesto plausibile: probabilmente la chiamò dalla finestra o le fece recapitare un messaggio che la invitava a salire.
Una volta dentro, la tragedia si consumò con una violenza inaudita. Elisa aggredì Cesarina con un coltello, colpendola ripetutamente: 38 coltellate in tutto. Solo una fu letale, segno di un accanimento feroce che proseguì anche dopo la morte della vittima. Poi, nel panico e nel tentativo disperato di guadagnare tempo o far sparire le tracce, cercò di sezionare il corpo: tagliò le gambe e un braccio, occultando i resti alla meno peggio dietro la pettiniera.
Il delitto avvenne in pieno giorno, in un palazzo abitato, dove molti sentirono il grido o notarono movimenti sospetti. Eppure passarono ore prima della scoperta.
La scoperta del corpo e l’arresto immediato
La scomparsa di Cesarina scatenò subito preoccupazione. Il fidanzato Urbani si unì alle ricerche insieme ai ragazzi del quartiere. Solo quando arrivarono le forze dell’ordine, intorno alla mezzanotte, il dramma emerse in tutta la sua crudeltà. Elisa De Benedictis fu trovata ancora in casa e confessò quasi subito il delitto, anche se nei giorni successivi tentò parzialmente di ritrattare o minimizzare alcuni particolari.
La notizia esplose sulla stampa locale e nazionale. Teramo, città sonnacchiosa e ancora segnata dalle ferite del secondo conflitto mondiale, si ritrovò al centro di un’attenzione morbosa. Il Palazzo dei Mutilati divenne per decenni “il palazzo della Squartatrice”, un luogo che i teramani guardavano con un misto di fascinazione e terrore. L’edificio fu demolito molti anni dopo, ma il ricordo rimase vivo nella memoria collettiva.
Il processo del 1953: clamore mediatico e ombre su Urbani
Il processo si aprì il 12 maggio 1953 davanti alla Corte d’Assise di Teramo e durò diversi giorni, attirando un pubblico numerosissimo, irrequieto e spesso rumoroso. La copertura mediatica fu intensa: giornali locali come Il Giornale d’Abruzzo e nazionali seguirono ogni udienza con toni sensazionalistici. Elisa apparve in aula pallida, con un fazzoletto sulla bocca, visibilmente provata. Quando entrò in aula la sorella della vittima vestita di nero, l’imputata scoppiò in lacrime.
Il movente ufficiale fu la gelosia pura e semplice. Ma durante il dibattimento emersero retroscena torbidi e inquietanti. L’avvocato difensore di Elisa definì Urbani “il manichino della Rinascente”, dipingendolo come un uomo calcolatore, menzognero e sfruttatore che aveva giocato con i sentimenti di entrambe le donne.
I fratelli di Cesarina Monteverde denunciarono formalmente Giorgio Gino Urbani per favoreggiamento personale. Sospettavano che l’uomo avesse saputo del delitto già nelle ore serali del 13 agosto, durante una visita a casa Saccomandi (o a casa Rasetti, attigua), e che avesse consigliato a Elisa di negare tutto. Alcuni testimoni riferirono che Elisa avrebbe confessato il crimine proprio a Urbani verso le ore 20.
Inoltre, tornò prepotentemente alla ribalta la morte misteriosa della prima moglie di Urbani, Pierina Slunter, curata proprio da Elisa. Si parlò di possibili altri crimini o di un’atmosfera di omertà e manipolazione creata dall’uomo. Tuttavia, queste piste non portarono a nuove incriminazioni formali: il processo si concentrò principalmente sull’imputata principale.
In primo grado Elisa De Benedictis fu condannata all’ergastolo. La pena venne poi ridotta in Appello e confermata in Cassazione a 28 anni di reclusione. Scontata la condanna, Elisa tornò a vivere discretamente a Teramo, dove morì nel 1986, quasi dimenticata dai media ma ancora presente nella memoria popolare della città.
Il contesto sociale: l’Italia degli anni ’50 e la condizione femminile
Il delitto della Squartatrice colpì profondamente l’opinione pubblica non solo per l’efferatezza (38 coltellate e la mutilazione del cadavere evocavano immagini da “belva umana”), ma anche perché rifletteva le tensioni di un’Italia in trasformazione.
Negli anni Cinquanta il paese era ancora fortemente patriarcale. Le donne, soprattutto quelle di condizione sociale umile come Elisa – ragazza madre, domestica, emarginata dalla famiglia d’origine – avevano poche opportunità di riscatto. La morale cattolica e contadina pesava come un macigno sul “disonore” di una gravidanza fuori dal matrimonio. La gelosia, il tradimento e la paura di perdere l’unico appiglio economico e affettivo poterono trasformare una donna in un mostro.
Allo stesso tempo, la figura di Urbani incarnava un maschilismo calcolatore: sfruttava relazioni ancillari per migliorare la propria posizione, passando da una donna all’altra senza scrupoli apparenti.
Molti osservatori dell’epoca, tra cui i familiari della vittima e parte della stampa, non si accontentarono mai della condanna della sola Elisa. Rimanevano dubbi su un possibile ruolo morale o persino materiale di Urbani, su una presunta confessione non denunciata e su indagini mai approfondite a sufficienza (come la mancata autopsia sulla prima moglie).
L’eco nella cultura e nella memoria collettiva
Il caso ha ispirato numerosi lavori:
- I libri di Elso Simone Serpentini, in particolare La Squartatrice nella collana “La Corte! Processi celebri teramani” (2002), che ricostruisce minuziosamente gli atti processuali.
- Un dramma teatrale in tre atti scritto dallo stesso Serpentini.
- Monologhi teatrali, come quello di Pietro Albino Di Pasquale.
- Podcast true crime e ricostruzioni storiche che ancora oggi tengono vivo il ricordo.
Oggi il Palazzo dei Mutilati non esiste più, inghiottito dal progresso urbano. Ma la storia della Squartatrice continua a essere raccontata dagli anziani teramani, a suscitare brividi e a sollevare interrogativi irrisolti: fu davvero solo un delitto di gelosia folle, o ci furono complicità morali più profonde?
Un caso che, a distanza di oltre settant’anni, rimane uno dei simboli più cupi della cronaca nera abruzzese: la dimostrazione di come la passione tradita, unita alla fragilità sociale e psicologica, possa scatenare un inferno anche nella più quieta delle città di provincia.
