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Curiosità Tanatologica(mente)

La tassidermia

Oggi sempre meno presente soprattutto grazie al pensiero più empatico nei confronti degli animali, la tassidermia (dal sostantivo greco gr. τάξις «disposizione, ordine» e δέρμα «pelle») fa riferimento alle tecniche preparatorie di impagliamento finalizzate all’esposizione museale.

Rari sono i casi di tassidermia applicata all’essere umano per cui vengono, già dal passato, utilizzate tecniche differenti (vedasi l’imbalsamazione, la mummificazione e altre meraviglie) un esempio sicuramente poco conosciuto risulta essere il “gobbo di Venezia“, custodito presso la Scuola Grande di San Marco.

In verità è una tecnica utilizzata per preparare piccoli e medi mammiferi, cercando di lavorarli in pose naturali e spontanee, come se fossero immortalati in natura.

Dai piccoli vertebrati agli uccelli, ai mammiferi di piccolissime e grandi dimensioni (basti fare una visita al Museo di Storia Naturale di Milano!) non disdegna altresì diverse tipologie di insetti e invertebrati, conservati attraverso l’infilzamento tramite spilli e formalina/alcol in barattoli di vetro.

Non è da scambiare per la tecnica dell’imbalsamazione poichè la tassidermia si concentra sulla conservazione della pelle degli animali, che viene trattata con sostanze apposite, dopodiché il corpo viene delicatamente imbottito con del pagliericcio o legno (prassi per lo più del passato) mentre oggi si preferiscono materiali quali resine apposite o metallo.

Credits: Sofas and Sectionals

Dalla semplice conservazione finalizzata a bloccare i processi di tanatomorfosi, la tassidermia nel corso del tempo ha iniziato a divenire una vera e propria “arte” soprattutto quando le mani che la producono hanno acquisito sapienza ed abilità.

Per lo più inizialmente finalizzata al poter esporre i propri trofei di caccia, nel corso del tempo ha iniziato ad interessare le realtà museali per scopi didattici, ricostruendo – attraverso la tecnica dei diorami – gli ambienti di provenienza delle specie tassidermizzate.

Nell’epoca vittoriana andava molto di moda la tassidermia vittoriana (per l’appunto!) leggermente diversa da quella più moderna e che vediamo nei musei.

Se infatti la tassidermia museale prevede una posa naturale dell’animale, immortalato come in uno scatto fotografico, quella vittoriana prevedeva invece vere e proprie opere da esporre nella propria abitazione, i cui protagonisti erano soprattutto piccoli e medi volatili, magari conservati in campane di vetro per evitare la polvere.

Credits: Daily Mail

Non erano rari anche i casi di piccoli rettili mantenuti in formaldeide, sempre in barattoli di vetro spesso accompagnati da brevi ma concise didascalie (girini, rane, lucertole, ma anche larve..).

Non solo venivano esposti in casa, bensì anche utilizzati per creare delle fotografie particolari in cui poter essere immortalati vicino ad un animale esotico, o anche esposti sui…cappelli per signora!

Credits: Sapientiamagazine.blogspot.com

L’età vittoriana fu quindi l’epoca d’oro per la tassidermia, il cui padre viene visto nella figura di John Hancock, un collezionista di volatili il quale, cogliendo occasione per la Grande Esposizione di Londra del 1851, preparò una serie di animali impagliati per portarli agli occhi del mondo.

Forse fu proprio quell’evento a suscitare curiosità e una vera e propria moda: si pensi che anche la Regina Vittoria, amante degli animali, volle riempire le sue stanze di creazioni tassidermiche.

Sempre in epoca vittoriana iniziò a svilupparsi la cosiddetta “tassidermia antropomorfa” ovvero gli animali venivano vestiti, posti in situazioni e posizioni umane (a scuola, mentre si sposano con tanto di abiti nuziali, o coinvolti in duelli con tanto di spadino!).

Non solo: numerosi risultano anche gli esperimenti in cui gli animali venivano impagliati ricreando mostri fantastici, come conigli a due teste, o con la testa di una specie e il corpo di un’altra (non proprio uno spettacolo delizioso alla vista).

Credits: Anchorage Daily News

Di Beatrice Roncato

Tanatoesteta, Cerimoniere Funebre, futura Tanatologa Culturale.