La aree archeologiche ci possono raccontare molto sulle nostre tradizioni funerarie più antiche.

Sono i reperti archeologici, letterari e le iscrizioni funerarie ad offrirci molteplici informazioni sui rituali funerari e gli stili di vita del tempo.

Innumerevoli gli esempi di bassorilievi raffiguranti cortei funebri, come l’esempio ritrovato a L’Aquila, del 50 a.C. circa, in cui possiamo trovare una simbologia ad oggi perduta: ghirlande di fiori, conchiglie, torcere e prefiche.

Secondo la concezione degli antichi Romani in merito all’Aldilà e ai defunti – tra il tardo periodo repubblicano e l’età imperiale – l’anima del defunto diveniva una sorta di entità divina del sottosuolo.

Diversamente dal pensiero cristiano, la concezione di salvezza dell’anima non c’era.

Essa poteva prendere due strade: una volta santificata, l’anima poteva diventare benevola – nella branca dei Mani – o malevola, qualora la sepoltura fosse stata profanata, entrando così nella categoria dei Lemuri, gli spiriti nefasti..

L’anima, invero, diveniva buona solo se il defunto veniva accompagnato attraverso rituali e sacrifici (anche umani!).

I defunti potevano conservare la propria specificità e dimorare nella casa dei propri parenti in vita. I Lari, infatti, erano a tutti gli effetti spiriti protettori e guardiani della famiglia.

Guardando in modo più approfondito la ritualità funebre, sappiamo che venivano seguite determinate prassi nell’accompagnamento del defunto.

Gli occhi venivano chiusi delicatamente, e la salma riposta sul terreno; al contempo venivano suonate delle campanelle per scacciare gli spiriti infernali, dalla finalità apotropaica.

Lavato con acqua calda, veniva poi vestito di toga e sigillo – nel caso di un uomo – o con fiori e ghirlande. In base alla posizione sociale, era possibile porre sul volto una maschera di cera o di gesso.

Una volta deposta la salma sul letto funebre, la stanza veniva adornata di fiori, incensi, candelabri, luminarie e, al di fuori dell’abitazione, fuscelli di abete.

Sulla bocca era usanza porre una moneta che fungesse da offerta a Caronte, figura a noi già ben conosciuta in quanto traghettatore di Anime per antonomasia.

Di seguito alla preparazione del Defunto, ci si apprestava al corteo funebre, con musicisti, tedofori e prefiche professioniste.

Questi cortei erano davvero particolari e fastosi: se il defunto apparteneva ai ceti più elevati, in processione vi era l’usanza di far sfilare le maschere funerarie degli antenati, mentre il suo volto risultava scoperto.

Di seguito al feretro i parenti più stretti, a partire dalle donne e i ballerini – tradizione etrusca – e dei figuranti portatori di cartelli su cui veniva descritta la vita del defunto stesso.

Una volta giunti al foro per l’esposizione del defunto, cominciava la laudatio, l’elogio vero e proprio.

La famiglia – e coloro che fossero stati a contatto con il defunto – si riuniva in un banchetto purificatore, il “silicernium”.

Dopo nove giorni veniva allestito un altro banchetto a cui presenziavano giocolieri e gladiatori, “ludi novendiales“, per commemorare il defunto.

Il lutto avveniva dopo questa lunga e decisamente sfarzosa cerimonia: le donne erano solite indossare abiti bianchi (differentemente dalla contemporaneità) ed i capelli sciolti, mentre gli uomini non dovevano radersi la barba e vestivano di nero.

Ad un anno di distanza dal decesso e dalla cerimonia, era prassi portare fiori sulla tomba e consumare in loco un pasto simbolico, la “cena feralis“.

Credits: romanoimpero.com