C’è un tratto di strada, lungo la Via Salaria, che per anni è stato percepito come una ferita aperta nel fianco della provincia laziale. Al chilometro 47, nei pressi di Borgo Sant’Antonio, il paesaggio non suggerisce nulla di sinistro a un occhio moderno. Eppure, se potessimo riavvolgere il nastro del tempo fino al 1944, sentiremmo l’odore acre della polvere sollevata dai mezzi militari e il silenzio innaturale di una terra che ha imparato a tacere per sopravvivere. Qui viveva Ernesto Picchioni. La storia lo ha archiviato come il “Mostro di Nerola“, ma questa è una definizione pigra, un’etichetta che serve a tranquillizzare le coscienze. L’eresia che dobbiamo abbracciare è più disturbante: Picchioni non era un mostro nel senso mitologico del termine. Era l’uomo-specchio di un’Italia che, uscita a pezzi dalla guerra, aveva ridotto l’esistenza a una questione di pura predazione.
Per capire Picchioni dobbiamo capire il suo strumento liturgico: il chiodo. Non un chiodo comune, ma un manufatto di ingegneria maligna. Egli fabbricava dei “tripodi”, aggeggi a quattro punte saldate insieme in modo che, comunque venissero lanciati, una punta rimanesse sempre dritta, pronta a mordere. Questa non è la follia di un impulsivo; è la pazienza di un pescatore. Picchioni seminava la strada come un contadino semina il campo, ma il suo raccolto non era fatto di grano, era fatto di sfortuna altrui. La similitudine col ragno è quasi banale, eppure necessaria: lui restava al centro della sua tela… un casolare fatiscente che sembrava l’immagine stessa della miseria, e attendeva che la vibrazione dell’asfalto gli annunciasse che una “mosca” era rimasta intrappolata.
Immaginate la scena, ripetuta decine di volte. Un ciclista, un rappresentante di commercio o un povero sfollato sente lo schianto dello pneumatico. Si ferma, impreca, guarda l’orizzonte desolato. Ed ecco che dal nulla appare lui. Ernesto non arrivava con le zanne di fuori; arrivava con il sorriso di chi conosce il valore della solidarietà rurale. “Serve una mano, compare?”. Questa è la vera eresia narrativa: il male che si presenta con le sembianze del buon sammaritano. La vittima veniva attirata nel casolare non con la forza, ma con l’illusione di un rifugio. Una volta varcata la soglia, la sacralità dell’ospite veniva profanata in un istante. Una mazza ferrata, un colpo secco alla nuca, e l’uomo diventava merce.
Il contesto storico è il brodo di coltura di questa atrocità. Siamo in un’epoca in cui la vita valeva meno di un chilo di sale. La guerra aveva insegnato che si poteva morire per un’idea sbagliata o per un bombardamento casuale; Picchioni portò questa lezione al livello individuale. Se il mondo era un mattatoio, lui voleva essere il macellaio, non il bestiame. All’interno della sua casa, il “Mostro” regnava su una famiglia ridotta in schiavitù psicologica. La moglie e le figlie non erano solo spettatrici, erano parte di un ingranaggio di terrore domestico che rifletteva le gerarchie dittatoriali appena crollate a livello nazionale. In quel microcosmo, Ernesto era il Duce, il Papa e il boia.
Un aneddoto agghiacciante riguarda la gestione del “bottino”. Picchioni non cercava tesori leggendari. Uccideva per un paio di scarpe, per una bicicletta usata, per poche lire che servivano a sfamare la sua covata o a soddisfare i suoi appetiti più bassi. Si racconta che costringesse i figli a indossare i vestiti delle vittime, ancora sporchi di sangue o con i fori dei colpi ricevuti. Non c’era spazio per il rimorso perché non c’era spazio per l’astrazione. In quella terra bruciata, un cappotto era un cappotto, non importa chi lo avesse scaldato prima. Questa è l’eresia della banalità: il male che non ha bisogno di moventi complessi, ma si accontenta della sopravvivenza più meschina.
Il numero delle vittime rimane un mistero che il fango di Nerola custodisce gelosamente. Si parla di quattro accertate, ma il sospetto è che fossero decine. Il pozzo dietro la casa era la sua “bocca della verità” al contrario: inghiottiva ciò che restava dopo che l’identità umana era stata spogliata. Ma come poteva un uomo agire indisturbato per così tanto tempo? Qui l’articolo tocca il punto più dolente. Nerola non era un deserto. C’erano vicini, c’erano carabinieri, c’era un flusso costante di persone. L’eresia sociale sta nel fatto che Picchioni era “uno di loro”. Era l’uomo scorbutico che però ti vendeva le uova, quello che bazzicava le caserme offrendo informazioni, quello che si mimetizzava perfettamente nel grigio di una provincia che voleva solo dimenticare e non farsi domande.
La cattura arrivò quasi per caso, o forse per un eccesso di sicurezza del predatore. Fu la denuncia di un figlio, forse l’unico barlume di coscienza rimasto in quella casa degli orrori, a scoperchiare il pozzo. Quando i carabinieri iniziarono a scavare, non trovarono solo ossa; trovarono il ritratto di un’Italia sotterranea. Il processo fu un circo mediatico ante litteram. Picchioni non giocò la carta della pazzia per salvarsi. Al contrario, rivendicò la sua ferocia. Le sue urla contro i giornalisti: “Mangerei il vostro cuore”, non erano deliri, ma l’ultima sfida di un uomo che non riconosceva l’autorità di una legge che non fosse quella del più forte. Egli morì in carcere, solo, senza aver mai abbassato lo sguardo.
Oggi, scrivere del Mostro di Nerola non deve servire a spaventare i lettori, ma a interrogarli. L’eresia che propongo è considerare Picchioni come un prodotto biologico del suo tempo. Se oggi ci sembra un alieno, è perché abbiamo coperto la via Salaria con troppa segnaletica e troppa tecnologia, dimenticando che sotto l’asfalto batte ancora il cuore di una terra che sa essere spietata. Il Mostro non è morto con Picchioni; il Mostro è l’istinto che affiora ogni volta che la civiltà si sgretola e la fame diventa l’unica bussola. Nerola non è un luogo sulla mappa, è uno stato mentale dove l’ospite è una preda e il chiodo è la preghiera.
Dobbiamo guardare a Ernesto Picchioni non come a un caso di cronaca nera, ma come a una parabola nera della nostra storia. Egli è stato l’artigiano del nulla, l’uomo che ha capito che nel vuoto di potere e di morale del dopoguerra, l’unico modo per essere qualcuno era possedere le cose degli altri, anche a costo di distruggere la vita che le trasportava. La sua eredità non sono le ossa nel pozzo, ma il dubbio che insinua in ogni viandante: chi è l’uomo che mi sta offrendo aiuto sul ciglio della strada?
Il Raffronto delle Associazioni
Questo articolo non vuole essere una associazione commemorativa, volta a ricordare le vittime o a condannare il colpevole secondo i canoni della morale comune, bensì si pone come una associazione de-romantizzante, il cui obiettivo è spogliare la figura del “mostro” da ogni aura di mistero per rivelarne la meccanica brutalità, figlia della miseria e di una cultura della violenza mai del tutto sopita.
