All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
Confortate di pianto è forse il sonno
Della morte men duro?


Il 2 novembre la Chiesa cattolica ricorda tutti i defunti. In questa occasione, mi sembra opportuno riflettere sulla consuetudine di commemorare i defunti attraverso l’edificazione di monumenti funebri e per farlo mi appello alla singolare domanda retorica con cui Ugo Foscolo apre la sua opera: “Dei Sepolcri” e alle risposte che offre ai suoi lettori.

Prima però, bisogna conoscere un antefatto.
Foscolo decise di mettere mano al suo carme dopo aver avuto una discussione con Ippolito Pindemonte (poeta, letterato e traduttore dell’Odissea) nel salotto letterario di Isabella Teotochi Albrizzi.
L’argomento della discussione era l’editto di Saint Cloud. Emanato da Napoleone nel giugno 1804 ed esteso nel 1806 all’Italia aveva l’obiettivo di regolamentare la pratica delle sepolture.
Secondo il nuovo decreto, i cimiteri sarebbero dovuti sorgere fuori delle mura cittadine e le tombe avrebbero dovuto essere tutte uguali e prive di iscrizioni.

In sostanza, con questo editto si mirava a raggiungere due finalità: una di tipo igienico-sanitario (evitare la consuetudine di collocare i corpi dei defunti nelle chiese, con conseguente diffusione di terribili olezzi e malattie); l’altra di tipo ideologico-politico, poiché le tombe avrebbero rispettato il principio rivoluzionario di uguaglianza (si eliminava qualsiasi differenza tra i morti).

Foscolo era materialista e ateo, all’inizio non si interessa alla questione che invece scatena un coro di proteste in Italia. Successivamente, si schiera contro l’editto, anche se i motivi, però, sono diversi da quelli dei cattolici che danno alla sepoltura nelle chiese un significato di prestigio spirituale.
Foscolo sostiene che è importante distinguere le tombe, non perché questo giovi in alcun modo alla persona scomparsa, ma perché il sepolcro consente la “sopravvivenza” dei defunti, attraverso il ricordo di chi è ancora in vita. Inoltre, le tombe di personaggi che hanno compiuto grandi gesta rappresentano un segno, un lascito per le generazioni future.

Io credo che preservare la memoria dei defunti sia prima di tutto un segno di civiltà e ritengo che per molti sia un modo per continuare un dialogo con le persone scomparse, alleviando al contempo il dolore per la perdita, grazie alla presenza di un luogo fisico dove il ricordo del defunto resta intatto, finché qualcuno si prende cura del suo sepolcro.