In Nuova Guinea esiste una tribù in cui, quando muore un membro della Comunità, vi è la credenza che il suo spirito continui a vagare nel villaggio. Per evitarne la presenza minacciosa vengono compiuti alcuni rituali, spesso dolorosi.

Le pratiche funerarie e le ritualità per affrontare la Morte propongono diverse visioni del fine vita nelle differenti parti del mondo, offrendoci numerosi spunti di riflessione sulla morte stessa.

In alcune zone si combatte il dolore per la perdita con altro dolore per paura delle ritorsioni dei defunti nella comunità dei viventi che, per esorcizzare le proprie paure, attua ritualità agli occhi di un occidentale prive di senso.

In realtà, nulla è comprensibile se non ci si mette nelle scarpe dell’Altro.

Ci troviamo in Nuova Guinea, isola scoperta nel 1562 da Jorge de Mesnes. Verso il tramonto dell’800 ne iniziò la colonizzazione da parte degli inglesi, tedeschi, olandesi ed australiani i quali si spartirono le diverse zone, soprattutto a causa dei suoi giacimenti minerari di rame e oro.

Il popolo dei Dani venne scoperto verso gli anni ’40 del ‘900 sulla Grande Valle dove nasce il fiume Baliem grazie ad una spedizione aerea.

Le osservazioni sul campo da parte di alcuni antropologi hanno evidenziato alcuni rituali legati alle pratiche funerarie degli stessi Dani.

Quando un membro della comunità viene a mancare, in segno di offerta vengono letteralmente amputate le dita delle giovani donne, talvolta anche delle più piccole, senza risparmiare le categorie più anziane.

Questo sacrificio rituale, dove vengono mozzate dalle 4 alle 6 dita delle mani, è finalizzato alla sicurezza della comunità stessa: lo spirito del defunto infatti, pare che continui ad errare per il villaggio per disturbarne gli abitanti.

Il taglio è fatto in modo da non compromettere la loro possibilità di lavorare, tuttavia rimangono loro precluse attività che richiedono l’uso delle dieci dita, come cacciare con arco e frecce o maneggiare asce e bastoni da scavo

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Non solo gli vengono dunque offerti diversi oggetti per convincerlo ad allontanarsi: le dita delle mani delle più piccole – appartenenti alla sua famiglia – vengono recise per terrorizzarlo e farlo scappare via, altrove.

Dapprima legate con una cordicina le dita, una volta giunte alla cancrena, vengono tagliate con un’ascia e riposte accuratamente in alcuni recipienti, poichè ritenute sacre.

Tale pratica potrebbe apparire dolorosa, in realtà i Dani seguono un procedimento piuttosto creativo per anestetizzare le dita e non far soffrire più del dovuto le malcapitate.

Viene infatti stordito il nervo ulnare, che controlla la sensibilità dell’anulare e del mignolo, causando in tal modo intorpidimento. Prima dell’amputazione vera e propria, si prende una pietra una pietra e si colpisce tale nervo il più forte possibile.

Alcune fonti raccontano che..

…i fantasmi dei guerrieri morti impauriscano il villaggio qualora non ricevessero un numero adeguato di dita. I re fantasma, poi, sarebbero particolarmente cattivi ed esigenti, quindi in passato ogni ragazza della tribù offriva un dito quando il re moriva.

Tra alcune donne Dani più anziane, troviamo solamente i pollici rimasti.