Esiste una foresta in Giappone, ai piedi del Mone Fuji, che porta con sè una triste storia la quale, a tutt’oggi, la vede protagonista dell’ultimo gesto da parte di coloro che vogliono lasciare questo mondo.

Aokigahara (青木ヶ原) copre un terreno di 35 chilometri quadrati ed è altresì conosciuta come Jukai, ovvero mare di alberi (basta osservare le foto del posto per capire come mai).

Questi alberi nascondo e custodiscono un silenzio assordante, che chia ha avuto modo di visitarla ed uscirne ricorda con amarezza. L’elevato vuoto che attornia il visitatore sembra addirittura gli permetta di sentire il battito del proprio cuore come fosse amplificato: tra le foglie morte e gli alberi scorgiamo agglomerati di ciò che fu la poderosa eruzione avvenuta nel Fuji, le quali permettono una sorta di insonorizzazione del luogo, rendendolo spettrale.

Tale foresta è nota, purtroppo, perchè ritenuta un luogo infausto dove le persone trovano la propria ultima dimora terrena poco prima di commettere atti suicidari: si conta che nel 2010 ne avvennero ben 54, ed ogni anno che scorre la cifra risulta comunque sempre elevata.

Credits: Atlasobscura

Il visitatore infatti, viene accolto da numerosi cartelli posti nel tragitto, i quali esortano a riflessioni profonde e a fare da deterrente ad un possibile atto estremo: “pensate alle vostre famiglie, non siete soli, tutto si può risolvere”.

Questa foresta risulta essere il secondo luogo al mondo per il numero di suicidi, dopo invero il Golden Gate Bridge di San Francisco (USA), anche se il governo giapponese ha deciso, dal 2003, di non rendere più noto il numero di suicidi effettivo per non collegare il nome della foresta stessa a quella di un atto estremo e doloroso.

Secondo alcune analisi la maggior parte di questi atti viene attuata vero la fine dell’anno fiscale giapponese, coincidente con il mese di marzo: si presume cioè che dietro a questa scelta vi siano delle motivazioni economiche.

Nel corso degli anni si è inoltre sviluppato un meccanismo di ronde per monitorare la situazione, tra polizia, volontari e coloro che, purtroppo, si ritrovano a recuperare i cadaveri trovati nel luogo.

Tra le modalità più sovente riscontrate, sembra che le persone tendano a scegliere il metodo dell’overdose da barbiturici e l’impiccagione.

Vi è un motivo dietro alla scelta di questo luogo, piuttosto che un altro?

Sembra che dietro la scelta di questo luogo via sia un testo, scritto nel 1960 a cura di Seicho Matsumoto, “Nam no to”, dove vengono raccontate le storie di due innamorati il cui tragico destino li ha portati ad un legame eterno, proprio entro questa foresta.

Qualcuno però sostiene che in realtà i suicidi avessero avuto inizio ben prima dell’uscita del testo, invero a partire dal XIX secolo quandoo ancora vigeva l’usanza dei più anziani del luogo di recarsi nella foresta e lasciarsi morire, poichè giunti al termine della propria esistenza e utilità nei confronti della società.

Gli spiriti dei defunti di questi anziani che vi andavano a morire, corre voce che dimorino entro il luogo: alcuni sopravvissuti dicono di aver sentito delle voci e dei lamenti e di essere quasi impazziti, sotto una sorta di allucinazione uditiva e sensoriale.